domenica 27 febbraio 2011

Letture di gennaio




La valle dei cavalli - Le pianure del passaggio - Focolari di pietra (Ciclo Figli della Terra)
Jean M. Auel
Tutti i romanzi sono editi da Tea

Ero rimasta tutto sommato soddisfatta dalla lettura di “Ayla figlia della Terra”, il romanzo che apre questa saga ambientata all’epoca della Preistoria, leggendo (o cercando di leggere...) però i successivi mi sono trovata di fronte a racconti che definire deludenti è poco.
Si continua con gli approfondimenti di carattere paleontologico, l’unica cosa forse riuscita della serie, ma le descrizioni di paesaggi, flora e fauna sono talmente prolisse da appesantire tutta la narrazione e prendono il sopravvento anche su quel minimo di azione nella vicenda; l’introduzione poi del personaggio maschile nelle esperienze di Ayla è uno stupidissimo stratagemma per aggiungere alla narrazione anche l’aspetto erotico scadendo nelle banalità da romanzetto Harmony. Ayla infatti incontra Giondalar, un suo simile - una sottospecie di Ken il Guerriero (ricordiamoci sempre che lei è la sosia di Barbie) - in cerca come la ragazza di un suo posto nel mondo; insieme scoprono tra le tante cose anche come addomesticare gli animali e domare i cavalli, ma è inevitabile che scoprano pure come si fa una fellatio, come ci si eccita guardando dei mammut in amore e le prime posizioni del Kamasutra... eh, già.


4/10


P.s.: non ho letto “Gli eletti di Mut” che si colloca circa a metà della serie. Non credo proprio sia di vitale importanza...






Blankets
Craig Thompson
Coconino Press, 29 €

“Blankets” è un fumetto semi-autobiografico che racconta attraverso il punto di vista del protagonista/autore gli anni dall’infanzia fino alla scoperta del primo amore da adolescente.
Nei primi capitoli attraverso flash-back il quadro che si viene a delineare della vita di Craig non è fra i più esaltanti, con una madre votata alla religione e al rigore morale, un padre manesco e in generale un clima bigotto e restrittivo; a scuola Craig e suo fratello minore hanno problemi a relazionarsi con i compagni, i professori sono visti come degli orchi diabolici e le uniche ore passate da soli insieme, tra giochi di bambini, la passione per il disegno e il contatto con la natura, sembrano portare un po’ di distensione in quel clima decisamente deprimente.
Oltre all’ambiente famigliare e scolastico Craig, quasi costretto, frequenta l’ambiente parrocchiale con incontri di catechismo e settimane bianche per adolescenti organizzate dalla comunità cristiana. Palese è l’atmosfera piena di concetti liturgici applicati alla vita quotidiana dai quali pure io da bambina (come anche la maggior parte di voi, credo) sono stata bersagliata e ai quali Craig si abbandona in parte subendoli (classico quindi il voto di castità e manco una seghetta a scaricare la tensione di quesiti esistenziali pesanti come mattoni) e in parte trovandovi appoggio morale nei momenti bui: i compagni gli danno del frocio, dello sfigato e lui pensa che è comunque solo di passaggio su questa terra e che arriverà il momento in cui volerà in cielo nella felicità eterna.
Ma è proprio grazie all’ambiente religioso che incontra Raina, la ragazza che diventerà la sua prima fidanzata, un amore idilliaco e corrisposto che spinge i due giovani a passare qualche settimana di vacanza a casa di lei nel Wisconsin. Ben presto (“ben presto”, oddio... tra l’arrivo e la partenza passano appena DUE SETTIMANE...) Raina e Craig si trovano a dividere il loro tempo insieme tra i fratelli affetti da handicap di lei, i genitori sul punto di divorziare e una sorella maggiore neo-mamma priva di qualsiasi tipo di istinto materno nei confronti della figlioletta e dedita ad una vita di sperpero e divertimento con il marito idiota. I due ragazzi così sono anche condizionati nella loro relazione da ciò che li circonda e finiscono dopo qualcosa come tre giorni a fare discorsi di “routine di coppia”, abitudini e incomprensioni. Non male per due che di anni ne hanno appena diciassette!
I quattordici giorni passano in fretta, lui torna a casa - dopo una bellissima sequenza d’amore, la parte assolutamente meglio riuscita di tutto il libro - e, come era già prevedibile, la relazione appena nata si esaurisce per via della lontananza.
Lui poi cresce, fa pace con se stesso e con il suo passato, grazie anche all’esperimento catartico della stesura di questo graphic-novel; ma io sinceramente di pathos per il protagonista e per le sue vicende sentimentali/famigliari non ne ho provato, mi sono accorta che ero molto più attirata dalla bellezza e dalla forza visiva dei disegni che del racconto in sé, che ho trovato, come dire... una lunga sega mentale: sul rapporto con i genitori, sulla rivalità col fratello, sul ruolo della religione nella vita, sul sentimento che lo unisce a Raina, sul perché del loro distacco... e mi sono ricordata che è il contrario di quello che mi era successo con “Fun home” di Alison Bechdel, dove dei disegni scarsini facevano da accompagnamento a una capacità narrativa “scritta” decisamente migliore. Ma sto divagando, quindi chiudo qui il commento.


7/10





Counting my chickens... - And other home thoughts
Deborah Devonshire
Long Barn Books, 12.99 £

Deborah Devonshire (nata nel 1920) è Duchessa della contea del Devon nel sud-ovest dell’Inghilterra, ma la sua famiglia ha come base Chatsworth la bellissima tenuta situata nella contea del Derbyshire e aperta al pubblico tutto l’anno.
Deborah e le sorelle sono molto famose in Inghilterra perché autrici di numerosi romanzi autobiografici che hanno fatto conoscere al popolo britannico aneddoti e curiosità sulla loro vita e hanno sottolineato l’aspetto umano e la semplicità del loro modo di vivere.
In Inghilterra queste persone nate in casate importanti (la “gentry”) sono molto considerate ed è quasi impensabile trovare lo stesso entusiasmo e appoggio della “gente comune” qui in Italia per persone di pari levatura sociale...! E’ un po’ un mondo a parte per me e questo romanzo (composto da diversi articoli scritti da Deborah per riviste e quotidiani inglesi, lettere personali e stralci di diari) mette proprio in evidenza il perché gli inglesi ammirino così tanto i duchi, i conti, ecc... del loro paese: Deborah espone i suoi pensieri e le sue opinioni su argomenti disparati, dai libri all’economia, dalla politica al giardinaggio, fino alle amate galline (fin da bambine lei e le sue sorelle si sono sempre impegnate con l’allevamento di pollame nella tenuta in cui hanno vissuto da nubili, proseguendo poi anche da sposate); ne esce una persona umanissima che non tollera le ostentazioni di ricchezza, la pretenziosità, agli abiti firmati preferisce quelli dei grandi magazzini, e che racconta aneddoti della sua lunghissima vita con semplicità e un’ironia contagiante facendo il punto su come si viveva tanti anni fa e come l’esistenza sia cambiata ai giorni nostri.
E’ stata una lettura inusuale e molto piacevole, ve la consiglio per passare del tempo divertendosi e nel frattempo “improve your English”. ;-)



8/10



Leggere - Perché i libri ci rendono migliori, più allegri e più liberi
Corrado Augias
Mondadori, 12 €

Perché i libri ci rendono migliori, più allegri e più liberi? Bella domanda che pensavo avesse una risposta in questo saggetto (molto -etto) a cui fa pure da sottotitolo. In realtà è un excursus che va a 280 km/h dal come e perché si inizia a leggere fino alla distinzione tra i vari generi letterari, in mezzo ai quali si citano ad esempio molti titoli della letteratura mondiale e si spiega l’etimologia di vari neologismi coniati nel mondo letterario (ce ne sono diversi, ma chissà perché ricordo solo quello sul “bordello”).
E siccome si parla molto (troppo) di come Augias si sia avvicinato al mondo della lettura e di cosa abbia letto LUI negli anni, il saggio quindi è solo una divagazione autobiografica.
Ma a dargli un voto basso non me la sento, tutto sommato è ben scritto e poi è pur sempre AUGIAS.


7/10

lunedì 24 gennaio 2011

Ancora letture del 2010





Non lasciarmi
Hazuo Ishiguro
Einaudi, 17.50 €


La trama potrebbe essere appassionante: tre giovani ragazzi crescono in un numeroso collegio sperduto nella campagna inglese. Non hanno mai visto il mondo di fuori e l’unica cosa che sanno del loro futuro, una volta usciti dall’istituto, è che saranno “usati” per salvare le vite degli altri...
Non entro nei particolati della narrazione perché è l’unica cosa interessante di tutto il libro, lascio a voi quindi la scoperta dell’intreccio e mi soffermo solo sulla piattezza dell’intero racconto, di come l’autore non sia riuscito minimamente a creare pathos, a dare spessore ai tre protagonisti che raccontano della loro situazione irreale con inespressività totale. I tre hanno dei picchi emotivi manco fossero psicopatici: piangono, urlano, litigano tutto d’un tratto, senza logica per via della permanente monotonia caratteriale; sono passivi, anonimi e la storia quindi, che affronta tra l’altro argomenti molto interessanti come la morte, l’amicizia e sopra tutti la clonazione - argomentazioni praticamente sprecate in questo testo - risulta essere di una noia micidiale e mi sono venuti in mente i romanzi giapponesi con la loro pacatezza, il perfezionismo ascetico di una cultura totalmente lontana dalla nostra che in un contesto occidentale come quello del libro non c’azzecca per niente.


5/10





Gridano i gufi
Janet Frame
Guanda, 13.43 €


“Gridano i gufi” è stato il libro d’esordio di Janet Frame pubblicato per la prima volta nel 1957, approfondire però la sua letteratura avendo già letto l’autobiografia in tre volumi “Un angelo alla mia tavola” è stata un po’ una delusione... perché questo volume prende già spunto da esperienze personali dell’autrice e le vicende della famiglia Withers protagonista non sono altro che la trasposizione di quelle di Janet, dei suoi fratelli e della società descritta in “Un angelo alla mia tavola”.
E’ quindi una mia pecca non aver apprezzato questo libro, ma è che ho avuto la sensazione di stare rileggendo un enorme déjà-vu e tutto sommato la distanza tra un libro del 1957 e uno scritto trent’anni dopo giustamente si sente e non posso far altro che consigliarvi vivamente, piuttosto che questo, l’autobiografia di cui ho già elogiato la bellezza qui su Anobii [cercate nella mia libreria virtuale il commento].


5/10




Stecchiti e censiti - L’enciclopedia illustrata di tutti i modi in cui si passa a miglior vita
Michael Largo
A. Vallardi, 19 €


Più di 3000 schede in ordine alfabetico in cui vengono esposti altrettanti modi documentati di morire, dal più bizzarro (c’è chi muore per uno starnuto, chi mangiando i propri capelli...), ai più agghiaccianti (sepolti in una bara, incastrati vivi nel condotto del camino, ecc...) ad altri che possono anche far ridere e a certi che ti insegnano anche qualcosa - insegnamenti ovviamente per NON passare a miglior vita.
Le schede sono spesso accompagnate da foto e reperti originali, utili durante la lettura anche se a volte decisamente più agghiaccianti delle schede stesse (tipo il famoso piede da trincea marcescente in primo piano); va detto però che proprio queste foto e illustrazioni sono la parte meno riuscita dell’intero volume: sono spesso minuscole e poi sono tutte in bianco e nero... per quasi 20 € ci si aspetterebbe qualcosa di più.
Nel complesso però è un ottimo libro, non me lo aspettavo così inusuale, grottesco e allo stesso tempo interessante.



7½/10



Dizionario bilingue Italiano/Gatto Gatto/Italiano - 180 parole per imparare a parlare gatto correntemente
Jean Cuvalier
Sonda, 13.90 €



Decisamente meglio di quella palla di “La mente del gatto” di Bruce Fogle (troppo tecnico! e tra l’altro non l’ho finito), questo dizionarietto è di facilissima lettura, è conciso e illustra decine e decine di casi in cui noi gattari ci possiamo trovare insieme al felino di casa, poi con semplicissimi esempi di vita quotidiana ci spiega come interpretarli e risolverli per imparare al meglio a convivere* con un animale che, si sa, fa sempre quello che je pare...


10/10




*che vuol dire cioè: assecondare e piegarsi totalmente alla sua volontà




Tutto quello che so l’ho imparato dal mio gatto - 137 pillole di saggezza felina
Suzy Becker
Rizzoli, 12.50 €


Un libro per gattari direi quasi commovente; è proprio vero che dal comportamento e dalle abitudini del nostro micio di casa si possono ricavare buonsenso, serenità e suggerimenti per migliorare la nostra vita.



10/10

lunedì 13 dicembre 2010

[Letture] Dove eravamo rimasti 2

Bright Star. La vita autentica di John Keats
Elido Fazi
Fazi Editore, 15 €

A giugno ho visto il film di Jane Campion, DOPO mi sono informata sulla storia di John Keats. Il film lo dipingeva come un uomo romantico, avvezzo alle disgrazie famigliari e quindi rassegnato, mite, consapevole di non poter far felice la donna della sua vita - Fanny Brown - per mancanza di rendita e nemmeno la possibilità di vivere di sola letteratura; un amore struggente che finisce male, malissimo.
Nel libro invece scopro che in realtà John Keats era un antipatico presuntuoso, che mentre scriveva (vaghe) romantiche lettere a Fanny andava a mignotte giù per la costa inglese, che in una di quelle puntate si era pure beccato la gonorrea, che accortosi materialmente di non riuscire nemmeno, come poeta, a vivere da scapolo aveva tassativamente scartato la possibilità di intraprendere la carriera di farmacista e aveva pure schifato successive proposte di lavoro da amici impietositi dal suo pessimo stato economico perché lui voleva vivere di poesia e lungi da lui distaccarsi da questo nobilissimo intento.
C’è da sottolineare però che al di là della non eccelsa personalità di questo scrittore resta indiscussa la bellezza e la poeticità dei versi da lui scritti; poi che Elido Fazi avrebbe potuto impegnarsi un po’ di più nella resa di questo saggio stiracchiato è tutto un altro discorso...

6½/10




Cacciatori di vampiri
Colleen Gleason
Newton & Compton, 4.90 €

Era da un po' che volevo leggerlo, ad agosto l'ho trovato tra gli economici Newton. Non l’avessi mai fatto...
Nell’Inghilterra di fine Ottocento Victoria Gardella è discendente di una famiglia di cacciatori di vampiri, raggiunti i 19 anni d’età è ora che prenda coscienza dei suo poteri di “ammazza-vampiri” (Buffy...?) e così la zia Eustacia (Eustacchia... che cazzo di nome...) organizza il suo esordio come cacciatrice in concomitanza con il debutto in società della giovIne.
Io ho resistito sì e no fino a pagina 53, ma la mia pazienza era morta da tempo cioè da quando a Victoria viene consegnato l’amuleto che la proteggerà. Uh, madonna, cosa sarà mai??? Niente meno che un piercing all’ombelico che le viene “applicato” durante una tamarrissima scena in cui sembra di essere ad a un rave-party.

BOCCIATO




Anne of Green Gables, vol. 1
Lucy M. Montgomery
Special Collector’s Edition, Starfire, Bantam Books [box con tutti e otto i libri della serie con Anne Shirley]

Classico della letteratura per l’infanzia, io ne conoscevo la trama solo per aver visto da piccola il cartone animato giapponese e sinceramente sono rimasta un po’ stupita nel notare come i toni del racconto originale siano molto più “pesanti” rispetto al mio ricordo di bambina nei riguardi della serie tv. Pesante nel senso che si parla di una bambina maltrattata, a cui è stato tolto il diritto allo studio, che si angoscia per la sua condizione difficile, che però fortunatamente trova nei due anziani Cuthbert (che non ricordavo proprio essere fratelli!) un sostegno emotivo, una famiglia che l’accoglie con affetto e le permette di avere una vita agiata.
Probabilmente anche nel cartone animato si parla anche di questi episodi ed è quindi la mia memoria a fare cilecca... comunque non c’è solo commiserazione, pianti e scene commoventi nel libro (che ricordano moltissimo i racconti di Charles Dickens), ci sono anche tante pagine in cui l’esuberante personalità di Anne entra in scena e il racconto si fa divertente, scanzonato anche quando la ragazzina si trova in momenti di disperazione così plateali da diventare quasi grotteschi.
Lo stesso stile di scrittura dell’autrice è molto ironico, dipinge così una protagonista anticonvenzionale e bizzarra, ma alla fine quello che mi è rimasto impresso di “Anne of Green Gables” è l’atmosfera serena, bucolica, nella quale Anne affronta la vita vedendo sempre e solo il lato migliore di ciò che le accade, nel bene e nel male.


9/10




Uomini che odiano le donne - Millenium Trilogy 1
Stieg Larsson
Farfalle, Marsilio, 19.50 €

Alla fine ho ceduto al boom pazzesco cresciuto intorno a questa trilogia e nella settimana di vacanza ad agosto mi sono portata dietro solo questo libro, quindi... o mi leggevo quello o niente.
Non è stata davvero una cattiva esperienza, nel giro di quattro giorni ero già arrivata a 3/5 del libro, anche se sinceramente c’avevo capito praticamente niente dei vari tipi di barche, motoscafi, catamarani e quant’altro che entrano in scena “così” durante la narrazione, e delle descrizioni dettagliatissime (a parer mio inutili) dei processori super mega potenti utilizzati dal giornalista Mikael Blomkvist e da quella che diventerà poi la sua assistente Lisbeth Salander.
Ma se vogliamo soprassedere su queste due pecche c’è poi solamente una cosa da fare, e cioè complimentarsi con Stieg Larsson per aver creato un personaggio femminile come quello di Lisbeth: una ragazza solitaria e diffidente, violenta, dai legami affettivi quasi inesistenti tanto si è inselvatichita dopo essere uscita da un passato difficile. A Lisbeth non interessa una collocazione nella società, vuole solo essere indipendente e non avere nessuna restrizione né nello stile di vita (ai perbenisti non deve fregare se passa con disinvoltura da una relazione lesbica ad una di solo sesso con un uomo) né nella maniera in cui lavora (e qui avere un capo che la asseconda in tutto e per tutto è un buon vantaggio per lei ma anche, nella realtà di noi lettori, assai improbabile...); questo carattere a tratti sgradevole e anche un po’ nevrotico nasconde però la classica sensibilità femminile, un’ambiguità che è alla base della personalità di questo personaggio e che lo rende estremamente complesso e per questo molto interessante. Le parti in cui è in scena Lisbeth sono state quelle che attendevo mentre leggevo e che seguivo con enorme piacere.
Sì, poi c’era il filone thriller-poliziesco e la ricerca spasmodica del colpevole con curatissime indagini, ma... a me bastava Lisbeth.

7/10 (per la trama)
9/10 (per il personaggio di Lisbeth)

mercoledì 17 novembre 2010

Acciaio


Acciaio
Silvia Avallone
Rizzoli, 18 €

Avevo parlato tempo fa del mio rigetto verso i finalisti/vincitori del Premio Strega, ci risiamo: “Acciaio” è stato il secondo classificato dell’edizione 2010 di questo premio letterario. E non mi è piaciuto.
Ambientato nello squallore di un paese (Piombino) fatto di casermoni popolari e bagnato da un mare che sembra una bagnarola stantia e sul quale incombe, paragonata a un enorme presenza fallica e mostruosa, l’acciaieria Lucchini, il libro ha per protagoniste due adolescenti e il contorno delle loro famiglie, vicini di casa e compagni di scuola.
Tutto nel libro è sfatto, marcio, desolante: i papà di Anna e Francesca sono dei fancazzisti affetti da menefreghismo verso qualsiasi dovere coniugale/famigliare, oppure adorano passare il tempo a ridurre in schiavitù psicologica e fisica le donne di casa mentre raggiungono la libidine nello spiare la propria figlia in costume. Le madri delle due ragazzine passano la vita a mandar giù merda oppresse dai mariti pur avendo capricci da suffragetta/femminista (la mamma di Anna). I ragazzi del quartiere, operai nell’acciaieria, per sopportare i massacranti turni di lavoro ma allo stesso tempo spassarsela in discoteca quattro ore prima dell’inizio del turno in fabbrica, si strafanno di cocaina pensando che la vita è uno schifo, lavorare è uno spreco e che sarebbe meglio metter su un giro di contrabbando di rame rubato e/o diventare spacciatori a tempo pieno; salvo poi ammorbarci con pistolotti etico-morali quando Alessio, fratello di Anna, litiga con il padre che gli propone minimi sforzi (truffe e riciclaggio) e massima resa (un sacco di soldi, belle macchine) e il ragazzo gli risponde che lavorare è bello, spaccarsi la schiena in acciaieria e sentirsi stanchi è bello e guadagnarsi da vivere decorosamente è lo scopo della sua vita, quando invece fino a quel momento si bombava di coca per affrontare meglio (!) le 40 ore settimanali in acciaieria...
Il complesso edilizio in cui si svolge la storia è un immondezzaio in cui c’è gente che urla e litiga col vicino tutti i giorni, gli inquilini sono smorti e ciabattano perennemente, i bambini pisciano giù per le scale e la sporcizia appiccica tutto.
Anna e Francesca sono invece l’unica cosa coerente in tutto il libro: bambine provocanti e curiose di conoscere l’altro sesso, con aspirazioni da velina, consapevoli di essere spiate dai vecchi bavosi del palazzo di fronte, fingono di sentirsi grandi senza capire inizialmente che l’attrazione verso l’altra è amore e non solo un gioco per fare esperienza. Oggi praticamente il 90% delle tredicenni è superficiale e ostenta una maturità pressoché inesistente, che diventa poi strafottenza. Proprio come Anna e Francesca e il contorno di amiche. Poi che le due protagoniste scoprano l’omosessualità è un elemento poco rilevante, dato che dal modo di trattare l’argomento mi è parso più un’occasione di mettere in scena situazioni erotiche che al contrario un momento per riflettere su un argomento di tanta portata, visto anche che le persone in oggetto hanno SOLO tredici anni.
Aggiungiamoci poi che il libro passa anche per l’estate del 2001 ed immancabile è il capitolo dedicato all’attacco alle Torri Gemelle e che siccome il titolo del romanzo è “Acciaio” allora: fabbrica-forza lavoro-macchinari e dove si arriva? a un operaio morto sul posto di lavoro.
Poi si scivola verso un finale sbrigativo che chiude un libro veramente pieno di stereotipi, il cui stile di scrittura è banale e piatto - per leggerlo ho impiegato due sere, di certo di spessore lessicale non ce n’è... - e di gran lunga sopravvalutato.

4/10

sabato 30 ottobre 2010

Letture - dove eravamo rimasti

Il blog negli ultimi mesi è caduto nel dimenticatoio, Anobii invece lo aggiorno con i nuovi caricamenti senza però aggiungere nuove recensioni. Vediamo un po’ se riesco a rimettermi in pari prima che mi passi di nuovo la voglia...

Ho in arretrato libri da commentare che risalgono addirittura a febbraio (!!), il primo è “Tipping the velvet” di Sarah Waters [ed. Reverhead Books]. Quando ho iniziato a seguire questa autrice la Ponte alle Grazie, che pubblica tuttora i suoi libri in Italia, aveva avuto l’assurda idea di iniziare a proporre i suoi romanzi dal secondo in poi, e il primo??? praticamente tralasciato per qualcosa come dieci anni, sino a che, evidentemente stufa di sentire le suppliche dei fans italiani, la P.G. l’ha pubblicato sotto il titolo di “Carezze di velluto” nel 2008. Io però ormai mi ero comprata mesi e mesi prima su IBS.IT l’edizione in lingua originale per poco meno di 5 € (alla faccia dei 18.60 € dell’editore italiano!); poi si sa come siamo fatti noi lettori - accumuli, accumuli e ti perdi in altre nuove letture - così l’ho preso in mano solo l’inverno scorso.
Senza dubbio “Tipping the velvet” è il migliore tra i romanzi della Waters e, ovviamente, siccome questo ha dato il via ai temi ricorrenti della sua carriera letteraria, ha per oggetto l’Inghilterra di fine Ottocento, protagoniste femminili e l’introduzione nel racconto della tematica lesbica nonché erotica, ma a livello di “fascino” è di gran lunga superiore ai successivi.
Diviso in tre parti, il libro ha per protagonista la giovane Nan King e narra delle avventure e dei viaggi della ragazza nell’arco di circa 7/8 anni a partire dal 1888. Proveniente da una normalissima famiglia di ristoratori di Whitstable, Nan non ha certo di fronte a sé un futuro pieno di attrattive se non quello di sposarsi e continuare in eterno a pulire le ostriche per la locanda dei genitori; il suo unico svago è quello di assistere agli spettacoli serali di music-hall nel teatro non molto lontano da casa. Lì si esibisce Kitty Butler, attrice di qualche anno più vecchia di lei che ha la particolarità di presentarsi sul palco travestita da uomo. Le due diventano amiche e ben presto l’intesa tende a trasformarsi, con contorno di dubbi amletici e tentennamenti, in un sentimento molto meno “fraterno” e più sensuale. Kitty, nel frattempo diventata famosissima e richiestissima per i suoi show da drag-king ante litteram, viene ingaggiata addirittura nella grande e caotica Londra e propone a Nan di seguirla.
Da questo momento la narrazione si fa più movimentata e viene inserito anche l’aspetto lesbo-erotico della relazione tra le ragazze, nonché (ma a questo punto ce ne frega poco, ahahahah!) descrizioni molto ben fatte e documentate della Londra sia fastosa che di periferia dell’Inghilterra dell’ultima decade del secolo.
A fronte però di un buon inizio la storia nella seconda parte vede l’introduzione pure di esibizioni sadomaso che secondo me lasciano un po’ il tempo che trovano... e la stessa trasformazione psicologica di Nan, da donna alla ricerca di un posto nel mondo e di una sua sessualità definita - parte, questa, ottimamente scritta e argomentata - a gigolò per ricche carampane (continuano il gioco e lo scambio di ruoli tra lei/lui e i travestimenti), mi è parso un poco ridicolo, mi ha pure annoiato e sono pagine in cui si è voluta inserire fin troppa volgarità e il personaggio della mantenuta non regge proprio.
L’ultima parte vede l’entrata in scena, dato il periodo storico in cui Nan finisce il suo peregrinare, delle immancabili suffragette e di dissertazioni sulle pessime condizioni di vita delle classi meno abbienti dipingendo desolanti quadri economico-sociali, mentre la protagonista giunge finalmente all’accettazione assoluta delle proprie tendenze erotiche.
Quindi in quest’ultimo senso il libro lo si può certo inserire nei romanzi di formazione e può anche ricordare la struttura dei romanzi picareschi: Nan King è oggetto di disgrazie, fortune e colpi di testa, entra a contatto praticamente con tutte le classi sociali dell’Inghilterra Vittoriana, è costretta a prostituirsi, a ingannare e ad essere ingannata a volte dalla gente che incontra fino ad approdare alla serenità spirituale e sessuale tanto agognata. Tutto questo raccontato con classe e sensualità, deliziando con il suo puro intrattenimento (si legge, ahimè!, in breve tempo) pur avendo LA pecca nella quale incappa la maggior parte degli scrittori medi di lingua inglese [come ricorda in un suo post Michele Foschini]: usare cioè a IOSA i verbi “to shrug - to frown - to lean, solitamente allo schienale della sedia - to turn, di solito a guardare qualcuno”... [voto: 8/10]
Altro libro in lingua letto è “A great and terrible beauty” di Libba Bray [ed. Delacorte Press], non mi ricordo nemmeno quanto l’ho pagato su IBS.IT ma spero siano stati pochi euro perché mi sono trovata di fronte a una sciocchezzuola per adolescenti che amano i poteri magici, i regni incantati e le grotte ancestrali ricche di enigmi.
Gemma ne è la protagonista nonché paladina dei diritti della donna (indipendenza, scelte personali, no al matrimonio senza amore, ecc...) in una epoca, anche qui quella Vittoriana, in cui mai ci si sarebbero aspettati ragionamenti di siffatta modernità visto che c’erano sì le suffragette ma non credo avessero 16 anni e frequentassero ancora il collegio.
A fronte di scaramucce tra teen-ager, viaggi intercosmici tra una dimensione e l’altra, ambientazioni mai coerenti con l’epoca trattata - sembra di essere in un qualsiasi periodo storico tranne che quello di fine Ottocento - c’è un ricorrente inserimento di scene (vabbeh, blandamente) erotiche che non trovano praticamente una collocazione in una narrazione in cui non c’è NULLA di maturo.
Il libro è seguito da altri due episodi che ne compongono la trilogia. Oh, uomo avvisato... [voto: 5/10]
E via che si prosegue con un altro libro dall’incomparabile spessore: “Eclipse” di Stephenie Meyer [ed. Atom]; mi piace soffrire così me lo sono letta in lingua originale e giuro che mi sono fatta due coglioni così ad arrivare all’ultima pagina. La 629. Signori - ripeto - 629.
Edward e Jacob si contendono Bella in un susseguirsi di dialoghi e situazioni banali, in cui è un continuo ripetersi di isterismi, pianti, litigi, tentati approcci sessuali (tutti che vanno a vuoto), scazzi del padre di Bella e Bella che non sa decidersi se è meglio il lupo oppure il vampiro. Ma è poi una novità?
Introspezioni psicologiche ancora una volta mediocri, e quando si cerca di inserire un momento di riflessione sui princìpi di una volta persi, si scade nel grottesco con un fastidiosissimo Edward munito di remore da bravo ragazzo (“ti scopo solo se mi sposi”).
E poi, ‘sto ragazzo, non lo trovate ridicolo? ha 104 anni e continua imperterrito a frequentare le lezioni di Biologia, Letteratura Inglese, a fare i compiti (...i compiti!!!) con la sua fidanzatina. Ok che per esigenze fisiche sembra un teen-ager, ma, cazzo, il cervello non gli si evolve??? [voto: 4/10]