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sabato 23 luglio 2011

Filmssssss


Avatar 3D
James Cameron, 2009

Ci sarà un motivo se ho visto il film a gennaio e qui non ne ho mai parlato?
Certo, l’invenzione di un mondo alieno con fauna e flora incredibile e un popolo con un suo credo/cultura e una fisionomia davvero inventiva hanno attirato molto la mia attenzione; la visione in 3D ha contribuito ulteriormente all’impatto visivo, però i temi di fondo sono tutti già stati affrontati da ben altri registi anni fa.
Uno su tutti, soprattutto per la dinamica della storia e l’ambientazione, è “Principessa Mononoke” del grande Hayao Miyazaki uscito nel 1997.
E ogni volta che penso ad “Avatar” mi viene in mente Antonella Clerici sul palco di San Remo chiusa in una fantomatica macchinetta trasla-avatar mentre intervista Michelle Rodriguez.
Minchia, troppo TRASHHHHH....

6/10


Tutta la vita davanti
Paolo Virzì, 2008

Le fatiche, gli errori, le delusioni ma anche le (piccole...) gioie dei giovani laureati e non del nuovo millennio in una realistica e attualissima commedia-commovente dove il lavoro spinge i nuovi adulti ad annullarsi per votarsi completamente a lui e i rapporti tra le persone anche al di fuori dell’ambiente lavorativo sono fasulli e ingannevoli.
Ma Marta, la protagonista, riuscirà comunque a continuare a sperare in un futuro migliore, tanto c’è tempo... tutta la vita davanti...
[Fantastico Elio Germano!]

7½/10


Kadosh - Sacro (Sacred)
Amos Gitai, 1999

Rivka vive con il marito Meir nel quartiere degli ultraortodossi a Gerusalemme in una quotidianità completamente votata e circoscritta dalle norme e dal credo religioso; la coppia sembra essere però l’unica a vivere serenamente in un ambiente rigido come quello rappresentato (appartamenti spartani al limite dello squallore, sentimenti repressi, ruolo della donna subordinato a quello dell’uomo, il gruppo che prende il sopravvento sull’individuale...) e si vuole bene, si ama sul serio nonostante l’impossibilità di avere figli.
Questa mancanza nella coppia costringerà però i due a una orrenda scelta imposta e decisa dal Rabbino e dagli anziani della comunità: Meir dovrà ripudiare Rivka e sposarsi con un’altra donna in grado di dargli degli eredi.
Da questo momento in poi il film prende una piega ancora più dura nei confronti della religione ortodossa e delle sue leggi spostando anche la denuncia verso l’usanza dei matrimoni combinati e seguendo le vicende della sorella di Rivka e del suo innamorato.
Un’accusa così aperta nei confronti di questa branchia dell’ebraismo non me l’aspettavo... ma non è che la visione del regista è troppo “soggettiva”? Cavolo, sembra che aderire all’ebraismo ortodosso è quasi come vivere in una comunità di fanatici alla Scientology!

6/10


Crash, contatto fisico (Crash)
Paul Haggis, 2004

Nell’arco di 36 ore la popolazione di Los Angeles finirà per collidere in sé stessa e mettere in discussione l’intolleranza, i pregiudizi e il razzismo di fondo che prima dividevano i suoi abitanti per etnia e ceto sociale.
Un film intenso dove i sentimenti e gli intrecci di trama dominano la scena, ottimamente recitato anche se un po’ perbenista in alcune scelte finali (in primis: la riccona dell’upper side di L.A. che abbraccia l’emigrata ispanica che le ramazza casa... “Sei la mia migliore amica”...) e dopo tante lacrime, tanto patos e tensione, tanti momenti toccanti e ben riusciti [l’episodio della bambina] piazzare nei titoli di coda la canzonetta degli Stereophonics “Maybe tomorrow” è come mettere lo zucchero sul salame...

7/10


4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (4 luni, 3 săptămâni şi 2 zile)
Cristian Mungiu, 2007

In una metropoli romena nell’anno 1987, Otilia e Gabita, due studentesse universitarie, sono costrette ad affrontare 24 ore di tensione emotiva e preoccupazioni allucinanti: Gabita è incinta e deve abortire, ma come farlo se il regime ancora in vigore (per poco) di Ceausescu impone l’illegalità dell’interruzione di gravidanza, e se lei stessa è così ingenua e imbranata per capire cosa fare? E’ quindi Otilia che fin dall’inizio prende in mano la situazione, contatterà così un abortista clandestino, affitterà una camera in un albergo e raccatterà qui e là i soldi per pagare l’operazione.
Come andrà a finire il film lo si può intuire già dal titolo, ma l’importante è invece come ci si arriva, la dinamica del montaggio delle scene con una telecamera traballante che segue passo passo l’agitazione di Otilia mentre corre per la città cercando di tenere tutto sotto controllo, il contorno quotidiano mostrato, tra studentesse in divisa, quartieri periferici desolati e il vago sentore del regime che controlla e opprime fin dalle prime scene; la recitazione è davvero grandiosa, si rimane incollati lì presi dall’atmosfera angosciante, dall’ansia fino a quando entra in scena anche lui, il bambino, e in quel momento la realtà diventa ancora più palpabile, terrificante dopo tutto quello che le due hanno dovuto passare - anche se poi Gabita se ne va al ristorante dell’hotel a cenare ed è Otilia, ancora una volta lei, a elaborare il lutto fino alla fine. E’ lei nel film a rappresentare davvero le giovani di quell’epoca comunista, mica Gabita.
Ve lo consiglio davvero, e un film di denuncia verso il comunismo e al contrario pro-aborto, che in quel periodo era visto anche come un modo per ribellarsi al controllo del regime.

9/10

venerdì 6 agosto 2010

Filmssssss 2

Mignon è partita
Francesca Archibugi, 1988

Scorcio di un anno sui Forbicioni, una famiglia romana che in quell’arco di tempo ospita Mignon, una cuginetta nata e cresciuta a Parigi.
In questa storia semplicissima e delicata i bambini la fanno da padrone con la loro vitalità, i problemi di cuore, gli screzi, le risate, mentre però assistono in silenzio ai litigi dei genitori e alle difficoltà dei parenti: la madre che piange, casalinga chiusa fra le mura domestiche e il tran-tran quotidiano; il padre assente munito di strambi alibi lavorativi per nascondere (malamente) la relazione extra-coniugale; gli zii che rimpiangono di non aver figli e quelli invece che hanno problemi con la legge.
In sostanza è un film di formazione sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza, costruito su una commistione di toni umoristici e di riflessione.
Bravissima Stefania Sandrelli, nel ruolo della madre, e i due giovani attori che interpretano Mignon e il cugino Giorgio, veri protagonisti del film.

8/10


Il mio vicino Totoro
Hayao Miyazaki, 1988

Ci sono voluti venti, e dico VENTI anni perché questo film arrivasse anche sugli schermi italiani... stendiamo un velo pietoso...
Le sorelline Mei e Satsuki si trasferiscono in campagna con il padre per stare più vicini alla mamma ricoverata in ospedale. La casa che andranno ad occupare, circondata da un aura bucolica, si rivelerà già abitata da strani inquilini con cui però le bambine faranno subito amicizia.
Io l’ho trovato semplicemente fa-vo-lo-so, vi si ritrovano praticamente tutti i temi ricorrenti delle opere di Miyazaki - l’infanzia, il volo, i personaggi femminili come protagonisti, il fantastico, il sogno, il rispetto per la natura - in una poeticità tenerissima che tocca le sequenze più irreali fino a quelle in cui si affronta l’angoscia per la malattia materna.
E’ un film lieve, gioioso, buffo (Totoro e il Gattobus in primis!) e devo dire che, messo a confronto con pellicole dello stesso autore più recenti (Il castello errante di Howl), sinceramente Totoro è ancora molto più straordinario nel racconto di una quotidianità fatata di due piccole bambine.

10/10


The village
M. Night Shyamalan, 2004

La prima volta che l’ho visto su Sky era già iniziato e mi ero persa metà del film, sono andata avanti comunque rapita dall’ambientazione di fine ‘800, la solitaria radura circondata da tetri e angoscianti boschi, il male che incombe e tutta la salvezza della comunità rurale appioppata ad una tenace ragazza cieca.
Quella volta ero arrivata ai titoli di coda con un enorme spavento e la certezza di essere di fronte a un film fighissimo e dell’aver perso 2/4 di trama non me ne fregava niente, ero contenta e soddisfatta così.
Qualche settimana dopo l’ho ribeccato sempre su Sky e allora lì sì che me lo sono rivisto ma questa volta dall’inizio.
Ecco, devo dire che il bis non va a favore di un film strutturato come “The village”: l’effetto sorpresa e rivelazione finale si ammoscia e guardarselo foss’anche solo per apprezzare i virtuosismi stilistici non serve. Di stile non c’è praticamente nulla e tutto il film regge sulla costruzione di (questa sì) una riuscitissima trama in cui si spiega come la menzogna possa tornare utile a “costringere” subdolamente i cittadini in un determinato habitat e stile di vita. Teoria applicabile anche ai giorni nostri.

7/10


La nostra vita
Daniele Luchetti, 2010

Claudio perde la moglie mentre sta partorendo il loro terzo figlio. Rimasto solo con tre bambini decide di darsi da fare in qualche modo per dare loro una vita felice, ma lo fa sbagliando di grosso: sostituisce l’affetto e la serenità di un padre con i soldi e le cose materiali e per avere entrambi finisce in un giro di abusivismo e a capo di lavori edilizi in nero.
Un personaggio un po’ scomodo, fastidioso per la sua strafottenza, si riesce a essergli vicini solo nell’elaborazione del lutto - toccante la scena del funerale, con un Elio Germano strabiliante in una introspezione psicologica fortissima - il resto è irritante: il fratello sfigato e zitello, la scena del “Puoi contare su di noi, sulla Famigghia”, la scopata con la locandiera rumena per cercare di superare anche sessualmente la perdita della moglie, ma soprattutto il voler essere un film moralista sugli imbrogli e le debolezze dell’Italia di oggi quando per 3/4 di storia si affonda il dito nella piaga e poi nel finale tutto si aggiusta e vissero sereni e satolli...

5½/10

giovedì 3 giugno 2010

Cinema 2010 parte 2°

Scrivilo sui muri

Giancarlo Scarchilli, 2007

La borghese Sole, annoiata e trascurata dai genitori, in uno slancio vitale tenta il suicidio gettandosi dal sesto piano del condominio, viene però fermata dal writer Pierpaolo che passava di lì su un tetto.

Già tra i due c’è feeling e al ragazzo balena l’idea di introdurla nel suo gruppo di artisti di strada armati di bomboletta in scorribande notturne.

I writer tutti li odiano, e tanto per far passare questo film un prodotto educativo e di indagine sociale hanno pure inserito la dicotomia (‘mazza che parolone) tra buoni, i writer di cui sopra, e cattivi con la presenza dell’altro gruppo di disegnatori dal nome Zozziamo Tutto, già significativo di suo. Poi però per i buoni “rubare [le bombolette spray] è un fatto di coerenza”...

Il film ammorba e termina pure, nella versione dvd, con un finale alternativo dove ci scappano addirittura pure DUE morti.

4/10

I giorni dell’abbandono

Roberto Faenza, 2005

Margherita (Buy), che t’è successo???

Nella parte della moglie abbandonata e cornificata non eri per niente credibile, con quei monologhi isterici recitati in maniera imbarazzante; a Cannes nel 2005 il pubblico aveva fischiato a più non posso. E a ragione.

A un certo punto nella Torino del film arriva Natale ma siccome avete fatto le riprese ad agosto la neve è impossibile ci sia sugli alberi, vederla sintetica sul marciapiede non è uno scandalo ma che almeno vi foste accorti che nelle carrellate lunghe sulle strade del centro si vedevano in lontananza gli alberi VERDI e a momenti la gente in bermuda passare...

Ma poi perché, Margherita, quelle grottesche scene di sesso anale?

4/10

La febbre del sabato sera (Saturday night fever)

John Badham, 1977

Film generazionale di più di trent’anni fa in cui un gruppo di giovani figli di proletari immigrati cerca il riscatto sociale nella disco-music mettendosi in mostra sulla pista da ballo il fine settimana.

Questo film me l’ero immaginato più stile commedia, invece si parla di stupro-droga-disoccupazione-solitudine-rinunce-alcol-suicidio-violenza.

Favolose le coreografie accompagnate dalle canzoni dei Bee Gees, da vomito il doppiaggio italiano rivisitato e corretto recentemente. Meglio guardarselo in lingua originale (la nonna di Tony Manero parla in italiano!).

E che ridere nel rivedere certi abbigliamenti (un must i pantaloni a zampissima e attillatissimi degli uomini) e ricordarsi che nelle foto di famiglia mamma e papà in quegli anni erano proprio vestiti così.

8/10

The company

Robert Altman, 2003

L’impegno, le fatiche, i successi, l’ansia e gli amori di una compagnia di ballo diretta da un coreografo cinico, insofferente ed eccentrico.

L’essenza del film è tutta qui sopra in poche parole. L’azione è così tanto concentrata sulle coreografie e sulle prove dell’intero corpo di ballo che “The company” risulta essere IL film “corale” per eccellenza. Tanto da far precipitare nell’oblio tutti quei personaggi e le loro storie in meno di due secondi.

6/10

Addio mia concubina (Bàwáng bié jī)

Chen Kaige, 1993

Tre, e dico TRE, ore di tiritera in salsa cinese.

n. c.

Liberi

Gianluca Maria Tavarelli, 2003

Quando il papà di Vince (Elio Germano) perde il lavoro tutta la famiglia entra in crisi. La madre decide di trasferirsi a Pescara e d’estate anche Vince la segue per lavorare in un ristorante. Lì conoscerà Genny.

Si parte come film di denuncia nel mondo del lavoro, si passa al come guarire dalle paturnie psicotiche, si finisce per un filmetto mediocre semi-adolescenziale di scopate in riva al mare e tradimenti di coppia (tra l’altro tutti ad opera femminile).

Elio Germano, bravissimo sempre, qui invece precipita con tutto il contorno di luoghi comuni e che pena la scelta di inserire “I will survive” come commento principale a tutto il film...

4/10

martedì 18 maggio 2010

Cinema 2010

La prima cosa bella

Paolo Virzì, 2010

Storia di Anna costretta dalle circostanze della vita a mandare avanti la famiglia da sola, ma sempre col sorriso sulle labbra e pronta a qualsiasi sacrificio pur di far stare bene e sistemare decorosamente l’unico suo sostegno emotivo: i figli.

Figli che però cresciuti avranno diversi problemi, tristezza cronica, insoddisfazione nella vita di coppia... tutto per via di quell’ingombrante presenza materna che anche ormai vecchia, dopo tanti anni, e sul letto di morte riesce ancora a sorridere radiosamente alla VITA.

Una gran bel personaggio femminile quello di Anna, un’eroina malinconica che tra moltissime difficoltà e nei momenti più duri ha sempre una parola di conforto per chiunque.

A parte la caratterizzazione di questo personaggio e avendo in mente film come “Caterina và in città” oppure “Ovosodo” ammetto però che questo film non mi ha impressionato emotivamente poi molto, le tematiche sono un po’ trite e già viste nei film precedenti di Virzì [disadattamento dell’adolescente, abbandono del padre dal nucleo famigliare, violenza psicologica, insofferenza generale] e la commozione provata dai tanti spettatori in sala a me mi ci ha fatto un baffo...

6½/10

Ricky - Una storia d’amore e libertà [Ricky]

François Ozon, 2009

Kathie vive con la piccola figlia di 7 anni in una non ben identificata periferia francese in un essenziale appartamento situato in un orrido palazzone popolare, è operaia in catena di montaggio in una fabbrica chimica e cresce (anche lei) sola la figlia dopo che anni a dietro il compagno se ne era andato definitivamente di casa.

Un giorno il monotono e ripetitivo tran-tran lavorativo viene scosso dall’arrivo di un nuovo operaio: lo spagnoleggiante e irsutissimo Paco.

Tra Kathie e Paco inizia una storia d’amore e il concepimento del piccolo Ricky stempera all’improvviso i toni deprimentissimi e cupi che la pellicola aveva avuto fino a quel momento.

Un po’ di ironia e qualche risata entrano nella trama per via della strana conformazione fisica del bambino: a Ricky spuntano due alette (di pollo?) che modificheranno inevitabilmente l’equilibrio della famiglia.

Il perché delle ali non l’ho capito e del resto non c’è spiegazione nel film anche se in rete ho scoperto che la sceneggiatura è tratta da un racconto della scrittrice Rose Tremain dove si collegano le ali a una tematica religiosa [libertà, serenità, e tutta quella roba lì]. Ma nel contesto del film non riesco a capire nemmeno così il nesso, comunque dallo spuntare delle ali il film cade nel surreale e nel grottesco un po’ sopra le righe, tuttavia recupera nella commovente ultima sequenza dove tutto si appiana e la favola termina con un lieto fine.

7/10

Mine vaganti

Ferzan Ozpetek, 2010

Due fratelli tengono da tempo nascosta la loro omosessualità, e in concomitanza con il passaggio di proprietà del pastificio di famiglia a entrambi balena l’idea di ammettere finalmente le proprie inclinazioni sessuali a genitori e parenti molto “conservatori”... Si innescheranno così rivalità, incomprensioni, equivoci e rimorsi.

Dopo l’abbattimento per “Il giorno perfetto” uscito nel 2008, Ozpetek si è almeno ripreso un po’ di ritmo e vivacità anche senza discostarsi dai suoi soliti temi; qui si vuole smontare i pregiudizi e i luoghi comuni su omosessualità e rapporti famigliari in maniera molto divertente - soprattutto quando entrano in scena i diversi prototipi di gay e i genitori dei due protagonisti cercano di difendere l’onore della famiglia di fronte allo scontato moralismo del paese.

Il finale introspettivo e lacrimevole è d’uopo.

6½/10


Cosa voglio di più

Silvio Soldini, 2010

Quando si ha un tenero compagno, una casa, un lavoro per il quale si è stimate, la vicinanza di tutta la famiglia di origine... cosa si vuole di più?

Anna invece quando incontra Domenico scopre per la prima volta cos’è la passione vera ed è disposta a mettere tutto in discussione per stare con lui.

Finalmente un film dove i personaggi e le situazioni rispecchiano pienamente la vita di un italiano medio del nuovo secolo: qui non ci sono appartamenti sconfinati dove una colf vaga in divisa con la spazzetta in mano - qui ci sono minuscoli appartamenti che si affacciano su zone periferiche in perenne sviluppo e gru in lontananza; qui non ci sono macchinoni da manager con cui la casalinga disperata va a prendere i figli a scuola - qui le macchine sono delle utilitarie scassatissime e sfrisate, e si va al lavoro in treno da pendolari; qui i lavori di ristrutturazione in casa ci si ingegna per farseli da soli e prendendo il necessario al Castorama; qui se uno ha un’amante non va nella villa di campagna dell’amico, ma sgancia 50€ per le prime quattro ore di sesso in un motel in tangenziale dove all’entrata ti chiedono i documenti; qui alla sera al rientro a casa dopo il lavoro si devono fare i conti con le bollette da pagare e con le spese improvvise che mettono l’angoscia. Ma ecco che (soprattutto per il protagonista maschile) l’occasione di una fugace storia d’amore può sviare dalle preoccupazioni quotidiane e creare una routine a sé dove si è solo con il partner e zero scazzi...

Questo e altro viene raccontato nell’ultimo film di Soldini dove secondo me, aldilà della storia di adulterio, è anche interessante vedere come i personaggi non sono stereotipati e come tutto è credibile fino all’ultimo, comprese le scene di sesso.

8/10

Dear John

Lasse Hallström, 2010

John e Savannah si conoscono per caso nell’estate del 2001, lei è una giovane studentessa appassionata di psicologia e lui un militare in licenza. Nell’arco di due settimane sboccia l’amore ma lui non può fare altro che rimettersi la divisa e ritornare in missione per un anno ancora di reclutamento.

Siamo agli inizi del boom tecnologico quindi - grazie a dio - non ci sono i telefonini e i ragazzini del film si divertono con il Game Boy, la plebe non sa nemmeno cosa siano le video chiamate e di conseguenza John e Savannah durante quell’anno di lontananza si scriveranno delle semplici lettere per tenersi in contatto.

Una tenera, genuina e commovente storia d’amore dove il sentimento novello è però destinato a soccombere al patriottismo americano. Così nella trama si inseriscono anche altri temi: il rapporto con i genitori, la malattia, il divorzio, la morte, la disabilità... uau che allegria... però è tutto talmente toccante, pacato che si rimane immancabilmente coinvolti.

I giovani vi troveranno spunti notevoli come l’avvicinarsi alla religione, l’importanza della coerenza, il donarsi all’altro solo seguendo certi valori morali.

E pensare che se avessi saputo prima che la sceneggiatura è tratta da un libro di Nicholas Sparks al cinema non ci sarei andata manco morta.

8/10