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domenica 30 dicembre 2007

Accattatevillo!

Prima di cominciare vi auguro BUON ANNO NUOVO!!!

Ora vi lascio con le ultime recenZioni libresche che mancavano all’appello di questo fine 2007.

P.S.: oggi pomeriggio sono andata al cineforum a vedere “Ratatouille” e non avendo fatto i conti con: che era domenica pomeriggio, che è festa, che fuori c’erano 2 gradi sotto zero, che quando fa freddo la gente va al centro commerciale o al cinema, che il film è d’animazione, quindi... c’erano un fottio di bambini urlanti e scartanti per due ore consecutive carte di patatine-caramelle-cioccolatini *scric scrach scric scrach scric scrach*. -__-

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Io sono leggenda

Richard Matheson

Collezione immaginario dark, Fanucci, 12.50 €

Ambientato in un immaginifico 1976, in cui una strana epidemia ha mutato tutti gli esseri umani in vampiri, Robert Neville unico immune al virus vive da eremita in quello che fino a pochi mesi prima era il suo piccolo paese fatto di abitudini, una famiglia, un lavoro...

Seguiamo Robert destreggiarsi in quelle che ormai, in quella catastrofica situazione, sono le sue nuove consuetudini giornaliere che si trasformano ogni notte in isolamento totale nella sua casa, rifugio dagli attacchi dei vampiri che - si sa - escono solo al calar del sole.

L’elemento orrorifico non è quindi di quelli nuovi, oltretutto per un romanzo pubblicato nel 1954 quando di questo genere anche il cinema era zeppo; tuttavia la particolarità di questo romanzo sta nel procedere per ellissi nel raccontare l’antefatto della vicenda e nel far scoprire al lettore con brevi e secche informazioni quale e come si svolge l’esistenza dell’ultimo uomo sulla terra.

Approfondita indagine psicologica e suspense per il “non detto” rendono il romanzo molto scorrevole, avvincente e, se vogliamo, molto più fantasioso di un classico libro di fantascienza in cui i diversi sono costantemente il fulcro della storia.

Però, ripensandoci, anche in questo caso la vicenda può essere vista ribaltata, dato che è Robert ad essere il mostro in un mondo popolato dall’orripilante normalità che prevale...

8/10

P. s.: questo libro fa parte di quelli scelti per la “Book to movie challenge”. Clicca.

E se si considera che andavano letti “almeno” tre volumi, allora... ho vinto! Però sto ancora leggendo contemporaneamente gli ultimi due romanzi messi in lista. Ho comunque tempo fino al 1° gennaio (scadenza ufficiale della sfida). Ma figuriamoci se riuscirò a finirli!

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Anna Karènina

Lev N. Tolstoj

Biblioteca economica Newton, Newton & Compton, 7 € [in realtà io ho letto l’edizione in due vol. edita dal quotidiano La Stampa]

Rimando ancora una volta il commento a questo complesso romanzo, dato che andrebbe tassativamente letto almeno due volte prima che al lettore venga concesso di grazia il diritto insindacabile di parlarne liberamente (eh eh eh).

A parte gli scherzi, è davvero un libro elaborato e così vicino alla realtà che fatico davvero a dare un parere di senso compiuto, e soprattutto che possa interessare a terzi.

Avevo già avuto modo di dire come mi sia rispecchiata sorprendentemente nella visione del matrimonio e del rapporto di coppia che Tolstoj ha e che ha ben descritto in “Sonata a Kreutzer”; in “Anna Karènina” il discorso è ancora più complicato e la ripresa e ri-analisi della storia non farebbe che migliorare il mio comprendonio su una vicenda in cui è ancora una volta la realtà, quella vera, ad essere la protagonista.

Termino dicendo però che la mia prima impressione arrivata alla fine delle intricate e cerebrali 822 pagine (tra l’altro scritte a passo 2 - andavano bene per le pulci...) è stata: “bellissimo!”.

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Estremi rimedi

Thomas Hardy

Le porte, Fazi, 19.63 € [pure i 3 centesimi... tzè!]

[attenzione: a leggere qui sotto si fa sera]

Dopo aver letto diversi romanzi di Thomas Hardy, compreso l’ultimo e più pessimista che esista dal titolo “Jude l’oscuro”, posso confermare di essermi fatta un’idea abbastanza definitiva su quella che è la visione esistenziale dello scrittore.

Analizzando in questo caso il romanzo “Desperate remedies” [bacchetterei il traduttore: desperate non vuol dire estremo, ma letteralmente disperato, che butta altra angoscia e più significato sulla storia - ma ci vuole così tanto sforzo per attenersi ai titoli originali???], dicevamo, in questo romanzo che ha dato il via alla produzione letteraria di Hardy si possono notare come i temi a lui usuali siano già ampiamente affrontati nel corso di questo esordio.

Cytherea Graye, la giovane protagonista del romanzo, è vittima del caso che si abbatte funesto sulla sua famiglia: il padre muore, e lei è costretta col fratello maggiore Owen a provvedere ai debiti lasciati dal genitore, a cercarsi una nuova casa e a far fronte alle malelingue di paese.

Contrariamente a quello che capita di solito alle eroine di Hardy, cioè che sono praticamente tutte “emancipate”, Cytherea durante i primi capitoli vive mantenuta dal fratello; è però per lei una condizione molto dura da sopportare e si angoscia per non poter incentivare le esigue finanze famigliari.

Preciso che il termine emancipata è da prendere in senso lato dato che con esso intendo, esclusivamente riguardo ai romanzi di Hardy (perché emancipata lo si collega per ovvi motivi a una indipendenza ben diversa da quella intesa da questo scrittore!), il comportarsi e quindi l’essere a tutti gli effetti le capofamiglia, portando avanti i compiti più importanti e sacrificandosi per dare giovamento ai propri famigliari.

Il fratello intanto lavora come apprendista architetto e non sembra essere - a mio parere - molto preoccupato per la nuova vita che lui e la sorella devono affrontare... anzi, presenta baldanzoso a Cytherea un suo collega, tale Edward Springrove: un trentenne che cerca letteralmente la compagnia coniugale di giovani (e stupidine, aggiungo io) donne, carine, delicate e remissive. Praticamente delle pecore.

Cytherea se ne invaghisce immediatamente e dopo svariati appuntamenti gli concede apertamente il suo cuore, salvo poi scoprire - quando un casto bacio ha ormai mandato in tilt l’ingenua ragazza - che lui nasconde qualcosa...

Purtroppo la giovane è costretta, sul più bello, ad abbandonare i tentativi angosciosi di sapere qualcosa in più sull’innamorato, e a partire alla volta della sua nuova vita come cameriera personale di una donna sola e benestante che vive con l’anziano padre.

Questo è solo il, diciamo così, “prologo” della vicenda. Intricata al massimo, torbida e con l’aggiunta di un altro paio di personaggi fondamentali, la trama è ben condotta e avvincente - salvo qualche descrizione psicologica troppo puntigliosa...

Cytherea successivamente in casa della padrona ha modo di osservare meglio la donna e così anche il narratore onnisciente, che può “sparare a zero” su questa Miss Aldclyffe.

La donna dà subito l’impressione, nel modo in cui è descritta da quest’ultimo e da come gli altri dipendenti ne parlano, di essere contraria all’introduzione in casa di un uomo sottoforma di marito, prediligendo ampiamente il sesso debole.

Questo potrebbe causare una serie di fraintendimenti... che infatti avvengono: durante la prima notte che C. passa in casa della signora, viene apertamente “assalita” in maniera morbosa dalla donna che cerca nella giovane un contatto fisico anche se molto blando, che sfocia in un paio di baci e nell’orripilante disgusto della Miss nel momento in cui scopre che Cytherea aveva già baciato un uomo.

Un episodio che nel corso del romanzo non trova però - a quanto ho potuto notare... - una spiegazione, dato che non avrà seguito se non nelle dicerie degli altri manovali e camerieri che lavorano nella tenuta, e che credono che tra le due ci sia una “certa” intesa dato che passano molto tempo insieme chiuse nelle stanze personali della donna. Ma niente di più sbagliato.

Quindi questo lato del personaggio rimane per me un’incognita.

Forse, essendo il primo romanzo in assoluto di Hardy, questo elemento così inserito getta già le basi per quello che sarà in futuro la caratteristica ricorrente delle successive storie: le figure femminili di Hardy non amano molto il sesso, o comunque un contatto fisico di tipo carnale, maschio. Le relazioni che hanno con il sesso opposto sono quasi sempre o imposte, o condotte in maniera fin troppo sentimentale, in cui raramente c’è posto per l’unione fisica.


L’ultimo personaggio chiave è quello di Mr Manston: un uomo anch’egli sulla trentina che, manco a farlo apposta, nasconde anche lui qualcosa.

Miss Aldclyffe spinge Cytherea verso Mr Manston e pungolandoli uno nelle braccia dell’altro, facendo leva anche sul segreto del fantomatico innamorato Edward (è fidanzato, ma tanto si sapeva!), riesce a convincere Cytherea a guardare con occhi diversi l’uomo, che è anche poi alquanto fascinoso e sornione.

Introdurre tutti i personaggi fondamentali della storia mi è servito per far notare come anche in questo romanzo d’esordio gli uomini di Hardy siano i più brutti che capitino ai piedi delle protagoniste.

Dopo rocamboleschi avvenimenti in cui ci scappa anche il morto, Owen si rivelerà arrivista, avaro e troppo materialista, fino a spingere la sorella a sposare Mr Manston, facendole sempre notare a quanto ammonta la rendita dell’uomo rispetto alla povertà di Edward poi riapparso nella vita della ragazza dopo aver annullato il precedente fidanzamento.

Mr Manston dal canto suo brama soltanto di possedere Cytherea, di farla sua (e si è capito in che tristissimo senso...).

Edward Springrove invece alterna le sue caratteristiche tra positive e negative. Non c’è dubbio che sia innamorato di Cytherea, ma non scordiamoci che inizialmente si è avvicinato alla ragazza in maniera subdola non palesando la sua condizione di uomo impegnato sentimentalmente; tuttavia però aiuterà i Graye nel riuscire a districarsi da una tragica situazione che complica ancora di più la trama e guarda caso anche per colpa dello stesso Owen Graye.

Cytherea e Miss Aldclyffe, insieme a una terza donna di cui non parlerò pena il rivelare praticamente tutta la trama, rappresentano distintamente tre modi di essere del lato femminile che saranno poi, nei romanzi successivi, racchiusi in un’unica persona cioè la protagonista di turno.

Cytherea è troppo mite, troppo debole per imporsi ma lo fa pur sempre con grande forza d’animo e spirito di sacrificio.

Miss Aldclyffe è praticamente l’opposto ma si scoprirà poi che, in fin dei conti, l’odio per il maschio è tutto relativo... anche se però quell’episodio saffico a cui ho accennato non riesco proprio a capire a cosa serva (mah!).

La terza donna, di cui non parlerò, è disgraziata quanto Cytherea e, cosa che la distingue dalla prima, è ancora più debole di lei in quanto si lascerà manipolare in maniera più catastrofica da uno dei personaggi maschili.

Sottomissione, debolezza e grande temperamento nascosto sono le caratteristiche che poi avranno tutte le altre donne di Hardy.

Insomma, le donne nel libro non sono messe bene! Anzi sembrano proprio essere le pecore nere della situazione.

Tuttavia tutti, uomini compresi, saranno costretti ad attuare in egual misura, nessuno escluso o risarcito, dei disperati rimedi (quelli del titolo) per migliorare o scongiurare delle disgrazie cadute sui loro destini.

In questo modo il romanzo non si conclude a favore di nessuno dei due sessi. Le donne sono sfortunate quanto gli uomini, e gli uomini, anche se inizialmente sembravano essere i preferiti di Hardy, alla fine patiranno quanto le protagoniste e, a conti fatti, sono quelli che ne escono più sconfitti.

Oltre a questa interminabile (inconcludente?) mia analisi, in “Desperate remedies” ci sono diversi e concatenati colpi di scena che porteranno a un finale che lieto fine non è (a mio parere), che fanno del libro un po’ romanzo gotico, un po’ romanzo giallo e un po’ romanzo sentimentale con dichiarazioni d’amore e legami infranti. Evidentemente Hardy essendo alle prime armi doveva ancora affinare la tecnica per divenire poi il drammaturgo impegnato in temi e rivendicazioni sociali che fu.

Confermo comunque la mia ammirazione per le storie hardesche (si dice così?), che già da questo esordio potevano far prevedere la grandezza e la complessità che sarebbero arrivate poi con l’esperienza.

9/10

mercoledì 12 dicembre 2007

Lavori in corso

Gli aggiornamenti del blog si diradano sempre di più, così come i commenti... dove siete finiti tutti?! Qui sembra di essere in una landa desolata, e a me di parlare da sola.

Ma passiamo oltre, va’.

Ho accantonato momentaneamente “It” almeno fino al mese prossimo; in questo modo spero di riuscire a superare le altre tre sfide in corso, ché ho ancora una caterva di volumi scelti da leggere.

Quindi sto seguendo soltanto le vicende di Cytherea, nata dalla penna di Thomas Hardy, e mi chiedo continuamente come noi donne possiamo essere a volte così ingenue e troppo sognatrici...

Chi invece era sognatore in maniera positiva ed è diventato poi in versione filmica un pirla è Arturo Bandini, alter ego di John Fante. Lunedì scorso ho visto il film tratto da “Chiedi alla polvere” che è a dir poco osceno: un miscuglio di rivendicazioni politiche, discorsi a vanvera, episodi inventati di sana pianta e recitazione ai limiti del ridicolo.

La bellezza di quel libro e, soprattutto, del personaggio di Arturo Bandini è sminuita in maniera così catastrofica da far passare tutto l’insieme per una storia d’amore qualunque, in cui lui è uno stupidotto di campagna e lei una donna frivola che si fa le canne.

Ma grazie a Dio amo leggere.

P.s.: il template è ancora in fase di assestamento, però siccome l’anno è quasi finito, non mi conviene re-inserire per ogni titolo di film/libro i link, vero? Poi il 1° gennaio dovrò cancellare tutto, tanto vale lasciarlo così. Scarno.

giovedì 29 novembre 2007

Nuova sfida libresca

Tra pochi giorni inizierà una nuova readers challenge ideata da Phoebes e collegata al sito di Anobii Readers Challenge: La sfida della seconda possibilità (1/12/2007 - 29/02/2008). Clicca per saperne di più.

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Ecco cosa ho scelto:

I prima possibilità: l’autore

1) La passione secondo Thérèse - Daniel Pennac

2) Signor Malaussène - Daniel Pennac

Di Pennac ho letto i primi tre volumi della saga della famiglia Malaussène, odiandoli tutti indistintamente. Siccome la serie si conclude con i due volumi segnati qui sopra, e dato che sono una a cui piace soffrire (librescamente parlando...), quest’estate ho comprato anche gli ultimi due titoli, tanto per avere la serie completa (eh, le manie dei bibliofili!), e visto che sono lì da qualche mese a vegetare, beh... leggiamoli.

III possibilità: l’abbandono

1) Le memorie di Barry Lyndon - William M. Thackeray

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, io ho sempre apprezzato in maniera spropositata il film omonimo di Kubrick, mentre il libro non sono mai riuscita a finirlo neanche dopo numerose riletture.

Vedremo questa volta cosa riuscirò a combinare, forse non sarà mai stato il momento giusto.

Riserva per la III possibilità:

1) Fahrenheit 451 - Ray Bradbury

Curioso come non sia mai riuscita a superare la fine del terzo capitolo... ogni volta, arrivata lì, l’ho abbandonato.

Vari aggiornamenti: “It” ha praticamente bloccato tutte le sfide in corso, però sono arrivata a metà della seconda parte. Non male se si pensa che sono stata assalita da numerosi incubi durante il sonno e attacchi cardiaci durante la lettura concitata del romanzo...

Però devo riuscire a superare la sfida: cioè leggere l’intero libro entro il 21 dicembre.

“Estremi rimedi” di Hardy è bloccato nemmeno a metà, sempre per colpa di Penny Wise.

Quindi, per le prossime settimane non aspettavi recensioni di libri (ma poi, qualcuno se le aspetta???).

Finalmente è iniziato il cineforum (parrocchiale) e stasera andrò a vedere “Espiazione” di Wright tratto dall’omonimo romanzo di McEwan, già recensito a suo tempo.

Il cinema mi mancava da un po’, visto che l’ultimo film visto risale a quasi due mesi fa! E a casa, sul divano, non ho tempo per guardare dvd e simili: sono concentrata sulle ultime puntate di “Lost” e su “Dexter” (entrambi trasmessi da Sky), “Una mamma per amica” e altra fuffa che vedo ogni tanto.

A proposito... [spoiler] ma chi è/cos’è secondo voi JACOB??? E loro, sono davvero tutti morti???

Sul fronte manga/fumetti ultimamente non è uscita una mazza. Diciamolo così brutalmente. Spero sabato di trovare qualcosa in fumetteria.

La lettura di “Orpheus” procede speditamente, devo solo scrivere i commenti; mentre “Lone wolf & cub”, “Inu Yasha”, “Jonathan Steele”, “Clover”, “Lady Oscar” (quest’ultimo per i buchi nella collana - quei cinque numeri non sono ancora riuscita a trovarli), and many many more se ne stanno lì ad aspettare che li rilegga tutti daccapo.

domenica 11 novembre 2007

Libri di noia e libri di punk

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In venticinque parole:

Lei disperata gli chiede “Ci rincontreremo?”, lui noncurante farfuglia. Poi sospirando convolano a nozze. Ma lui tragicamente muore... lei lo bramerà per sempre.

Che palle.

5/10

Angel

Elizabeth Taylor

Neri Pozza, € 16.50

P.S.: questo libro fa parte della lista scelta per la “Book to movie challenge”. Clicca.

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A metà tra un saggio e un romanzo autobiografico, l’autore ripercorre gli anni a cavallo tra il Settanta e l’Ottanta quando il fenomeno punk arrivò in Italia e lui, poco più che adolescente, ne prese parte attivamente.

Marco Philopat cerca di spiegare cosa c’era oltre alle creste di capelli decolorati, alle borchie, ai poghi forsennati e allo stile di vita dissoluto; elementi superficiali che non bastavano a far comprendere, per chi li osservava al di fuori, le vere ragioni e gli ideali culturali-politico-sociali che spingevano i giovani di allora a lasciarsi alle spalle, anche ad un’età davvero troppo giovane (quattordici, quindici anni), i genitori, la scuola, il lavoro e a vivere in comune portando avanti teorie e principi radicali e anche un po’ utopistici.

Lo stesso Philopat, nei primi mesi della sua adesione al punk, sembra ammettere fra le righe che da quindicenne era solo attirato dall’aspetto esteriore del fenomeno; col passare del tempo, crescendo con gente che già da tempo seguiva quello stile di vita, comprende però appieno cosa vuol dire “essere punk” e la sua militanza diviene sempre più partecipe e consapevole, fino a diventare uno dei membri fondatori di tante iniziative della scena milanese.

Il romanzo segue, di conseguenza, anche l’evolversi dallo spaccato musicale punk, ma si dovrebbe specificare che il libro ripercorre quasi esclusivamente la cornice milanese, essendo l’autore nato e cresciuto a Milano, con brevi incursioni sullo scenario di qualche città italiana che in quel periodo stava assistendo alla stessa diffusione.

Davvero interessante è quindi (ri)scoprire i gruppi musicali più importanti che spopolavano a Milano, e che con i loro testi erano estremamente collegati all’attivismo dei collettivi punk, essendone in tutto e per tutto un’estensione.

Peccato che negli ultimi due capitoli la narrazione diventi molto vicina a un elenco sintetico degli avvenimenti della vita di Philopat e dei compagni fino allo sgombero della casa occupata in via Correggio a Milano, centro di tutto il movimento fino al maggio 1984. Resta comunque una parte conclusiva interessante e divertente per i suoi sprazzi di ironia presenti in tutto il testo, ma comunque troppo frammentaria.

Da segnalare il bizzarro e innovativo (bizzarro per noi che negli anni ’80 eravamo ancora troppo piccoli...) metodo di scrittura, spiegato così dallo stesso Philopat: “(...) nella narrazione infatti non vi sono né punti né virgole, come avviene naturalmente nelle conversazioni, un flusso di coscienza spezzettato simile al balbettio di un oratore concitato. (...) Non esistono segni grafici, solo ritmo, pause e intonazioni, spetta a chi ascolta il compito di interpretarle. Un modo, mi auguravo, per dare più importanza alle parole, dove il sangue poteva finalmente scorrere fra le righe.”

Aggiungo io poi che questo stile di scrittura era uno dei metodi più utilizzati nelle punkzine dell’epoca [riviste di diffusione culturale punk].

Consigliato a chi vuole approfondire l’argomento, perché magari pensa che i punk sono quelli che ieri pomeriggio a visto in fiera di Sinigallia a Milano... niente di più sbagliato: quelli sono solo una penosa emulazione.

8/10

Costretti a sanguinare. Il romanzo del punk italiano 1977-1984

Marco Philopat

Einaudi stile libero, Einaudi, € 13.50

E tanto per non dimenticarcela: Jo Squillo [che ha sempre frequentato la casa di via Correggio] con “Violentami” nel programma “Azzurro” del 1983.

Potrebbe provocare grasse risate il testo e sfottimento a iosa il modo in cui lei canta (tra l'altro in play-back), ma c’è da precisare che il testo è come non mai attuale, dato che quegli anni avevano visto un aumento spropositato di violenze sulle donne nei mezzi pubblici... poi se lei canta un po’ male e la musica di base ricorda vagamente "Blitzkrieg Bop" dei Ramones, non importa, è il concetto che conta.

Peccato poi Jo Squillo sia finita a fare la show-girl in minigonna...



martedì 30 ottobre 2007

"Harry Potter and the Philosopher's Stone" di J. K. Rowling

Dopo un mese di pausa, ieri ho ripreso in mano il primo volume della saga di Harry Potter per finire quelle trenta pagine una volta per tutte.

Considerazioni finali: mi sono divertita un sacco a leggere per la prima volta diligentemente un libro in lingua originale - prima, per impiegarci meno tempo e (soprattutto) sbattimenti con vocabolari inglese-italiano-italiano-inglese, mi “aiutavo” con la traduzione in italiano... emh, emh... - certo, la lettura di un romanzo per ragazzi è molto più spedita e leggera di un tomo di Charles Dickens, ma è comunque una grossa soddisfazione arrivare fino in fondo senza trucchetti di sorta.

Sarà anche per questo che ho trovato il romanzo molto divertente e piacevole, senza notare, rispetto a chi mi diceva di aver letto la traduzione italiana, un calo d’interesse trattandosi pur sempre di un libro per bambini, e non avendo intrecci di trama così complicati e avvincenti come nella letteratura “dei grandi”: troppo impegnata nel traslitterare tutte quelle parole e frasi nel mio cervello, non ho badato molto alle sottigliezze da adulti...

Anche se - e qua si sveglia la rompicoglioni che è in me - ho anch’io delle parti preferite in tutto il romanzo. Praticamente avrei fatto a meno dell’introduzione nella storia della Pietra Filosofale. Come dite? Che è proprio quella, la parte centrale del romanzo? Sì, però, rispetto a tutto il libro, molto grazioso e interessante nella sua semplicità con la presentazione di Harry Potter e della sua vita con i Muggles, poi nel castello di Hogwarts con i nuovi amici, i professori e quant’altro, quello della Pietra Filosofale è un elemento un po’ superfluo, tant’è che quello che scopre Harry sconfiggendo “chi sai chi” se lo poteva scoprire anche senza tutta quella cagnara finale con tanto di partita a scacchi vivente.

O no?

Resta il fatto che è chiaramente un episodio introduttivo che apre molte possibilità di sviluppo per la storia futura. Non a caso la Rowling ha messo la parola fine alla saga solo con il settimo volume [lo so che lo sapete tutti, ma io è la prima volta che leggo Harry Potter!].

Personaggi preferiti: lo sfigatello Ron, che è un po’ come il Tarquin della Sophie Kinsella, e Mrs Norris la gatta.

Bene.

Sono finita anch’io nel vortice di Harry Potter.

7/10

Harry Potter and the Philosopher’s Stone

J. K. Rowling

Bloomsbury Publishing PLC, £ 5.99 [metto il prezzo in sterline, very british…]

venerdì 5 ottobre 2007

Finalmente al cinema!

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“Hairspray” di Adam Shankman (2007): ometto dal principio il ridicolo sottotitolo della versione italiana - “grasso è bello” - perché non c’entra assolutamente una mazza.

“Hairspray” è la rivincita di tutte le diversità, ritenute tali dalla società, sulla normalità e il rigore comune in salsa musical anni Sessanta.

Si balla, si canta, ci si diverte, si ragione un po’ e alla fine l’integrazione avrà la meglio sulla rigidità impacchettata dell’America del 1962, che potrebbe comunque essere trasposta anche ai giorni nostri.

Non facciamone quindi solo un film sulla “rivincita delle grasse”, perché è riduttivo e sminuisce il tema centrale di tutta la piccola.

Si passa dall’integrazione razziale, al bigottismo religioso tipico dell’epoca, al non essere alla moda, al non rientrare nei canoni di bellezza, all’accettarsi per quello che si è e all’avere qualche chilo in più.

Due ore di pura spensieratezza con coreografie divertenti, ottima colonna sonora e canzoni orecchiabili. Dopo i primi minuti di film non puoi far altro che lasciarti risucchiare dal vortice canterino e seguire le musiche battendo il piedino a tempo felice e contenta.

Il musical farà un po’ il verso a “Greese” - brillantina il primo... lacca il secondo - ma non fa rimpiangere assolutamente le atmosfere del suo predecessore, essendo anche un storia completamente diversa (e diverso anche l’anno d’ambientazione, 1959 e 1962), ma anzi gli tiene testa egregiamente con un cast eccellente di cui segnalo John Travolta (sempre leggiadro e disinvolto!) e l’esuberante protagonista femminile Nikki Blonsky.

8/10

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“28 settimane dopo” di Juan Carlos Fresnadillo (2007): questa la situazione al momento della proiezione: martedì sera, h 20:10. Quattro spettatori in tutto, io e il mio moroso compresi. Si spegne la luce. Dopo venti minuti gli altri due astanti si alzano e se ne vanno. E hanno buttato così 7 € a testa. I coglioni.

........................

E’ il seguito di “28 giorni dopo”, visto al cinema nell’estate del 2003. Cambia però il regista, essendo quello originale, Danny Boyle, impegnato in pellicole più importanti sul lato tematico [vedi “Sunshine” uscito recentemente]. Che senso ha quindi appropriarsi di una storia scritta e diretta da altri ed elaborarla a proprio piacimento? Nessuno, infatti.

Fresnadillo riparte da 28 giorni dopo la diffusione del virus che ha contagiato tutto il territorio londinese (come Boyle) presentandoci i protagonisti del suo film per poi lasciarli e riprendere a seguirli 28 settimane dopo.

Se Boyle aveva diretto un film geniale per il suo genere, conducendo il gioco con pochi elementi - non si sa che virus sia, i personaggi vagano in un città deserta e così calma da far venire la tachicardia, gli infetti sono dei mostri assatanati che per vederli morti gli si deve fracassare a mazzate il cranio - Fresnadillo avendo ormai tutto il lavoro spianato, e poco da inventare, basa tutta la pellicola sull’horror e sulla nausea degli spettatori: inseguimenti, attacchi degli infetti, i sani che scappano, scorticamenti, smaciullamenti, morsi, arti tranciati, sangue, sbrodolamenti, vomito, sangue, sangue, sangue, sangue e sangue.

In sostanza c’è poca trama, anche se i primi dieci minuti introduttivi ambientati ventotto giorni dopo sono davvero d’effetto, soprattutto nel momento in cui il lui della situazione decide di salvare sé stesso abbandonando la moglie in balia degli infetti, mentre lei gli urla “Don, aiutaci!!!”. Una sequenza atroce che mi ha ricordato il romanzo “La scelta di Sophie”, ma non stiamo troppo a sottilizzare.

Nel primo film Boyle aveva inserito sì diverse scene truci, ma mantenendo comunque una certa classe nelle riprese, con qualche tecnica d’inquadratura innovativa, e mai scadendo nell’horror ripetitivo con una sequela di attacchi e fughe che dopo un po’ con tutto quel mangiarsi e quel sangue a fiotti ne hai abbastanza per un po’.

“28 settimane dopo” è proprio questo, e a un quarto d’ora dalla fine il regista c’ha pure calcato la mano inutilmente riducendo anche il finale a qualcosa di stomachevole e ridicolmente catastrofico.

Certo, fa paura e in più occasioni mi sono cagata sotto *pardon per la finezza*, ma il film di Boyle non aveva affatto bisogno di un seguito. Se poi così rozzo.

5/10

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Un angelo alla mia tavola

Janet Frame

Einaudi tascabili, Einaudi, 11 € [ma la mia copia l’ho acquistata nel 1996... quanto tempo!]

Janet Frame è la più importante scrittrice neozelandese dagli anni ’50 a oggi, eppure in Italia solo nel 1990 con l’uscita del film omonimo diretto da Jane Campion qualcosa ha cominciato a muoversi e a far sì che una parte degli undici romanzi di questa autrice fosse pubblicata. Poi più niente. Tant’è che oggi in catalogo si trovano solo un paio dei suoi titoli.

Troppo poco per un’autrice del suo calibro, che è riuscita in questa autobiografia divisa in tre volumi (che l’Einaudi ha racchiuso in un unico tomo) a descrivere sé stessa, a raccontarsi con così tanto acume e delicatezza allo stesso tempo; un processo, quello autobiografico-psicologico, non facilissimo se si pensa che Janet Frame ha vissuto dai 21 ai 29 anni d’età [1945-1953] rinchiusa in un manicomio, ha perso così gran parte della giovinezza a causa di medici ottusi che avevano scambiato la sua enorme sensibilità e timidezza in schizofrenia.

Sottoposta a qualcosa come duecento elettroshock e scampata per un caso fortuito alla lobotomia (durante la degenza in ospedale Janet viene insignita di un premio letterario, grazie a un libro che aveva precedentemente pubblicato), si libera di quel periodo oscuro della sua vita e riprende un’esistenza normale.

Il tutto raccontato in questi tre romanzi, dall’infanzia con le tre sorelle e il fratello, il padre e la madre che fanno i salti mortali per permettere a lei e alle ultime due sorelle di studiare e forse diventare insegnanti, passando sempre a scuola come in famiglia per una bambina “diversa”, solitaria, troppo timida e sognatrice sui libri che le permettono di viaggiare con la mente; per proseguire agli anni giovanili e al periodo passato in manicomio, otto anni però che la Frame cerca di spiegare - forse inconsciamente - come tutto sommato voluti, resasi conto che non poteva fare altrimenti:

“[...] mi trovai ad assumere la parte a cui più ero abituata, quella della persona passiva la cui vita viene pianificata per lei mentre lei, per paura di essere punita o di suscitare reazioni, non osa rifiutare.” [pag. 470]

E infine la maturità vera e propria raggiunta a trent’anni e descritta nell’ultima parte, in cui Janet decide di lasciare la Nuova Zelanda e di partire per l’Europa con l’intento di raccogliere materiale per un nuovo libro, ma con il segreto desiderio di trovare finalmente un posto tutto suo nel mondo e di diventare qualcuno in maniera dignitosa.

Combattuta però continuamente tra il vivere e il “farsi” vivere dagli altri, si troverà a prendere dolorose decisioni in completa solitudine e a scavalcarne altre con forse troppa leggerezza - come scappare (!!) da un uomo italiano conosciuto in Spagna dopo aver accettato passivamente la sua proposta di matrimonio - ma ad ogni modo la Frame riesce orgogliosamente alla fine dell’autobiografia a sottolineare di essere finalmente una Persona.

Un libro di non facile lettura, molto complesso anche per l’enorme quantità di citazioni e rimandi letterari che la Frame fa suoi per spiegare la sua vita. Un libro comunque incantevole, soprattutto per la prima parte che ripercorre l’infanzia tra gli anni Venti e Trenta, e toccante, forte per un’esistenza così incredibile.

Janet Frame è morta di leucemia nel gennaio del 2004...

[Questo libro fa parte de "La sfida dei libri non letti". Clicca.]

giovedì 4 ottobre 2007

Direi che è ora di aggiornare...

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Slam Dunk Deluxe 7: finito il flash-back sul rapporto Mitsui-basket, il cui finale con lui in lacrime nel momento in cui rivede l’allenatore Anzai - “La prego... io voglio giocare a basket” - è un po’ stucchevole a parer mio, il numero si trascina un po’ per le lunghe con pochi momenti esilaranti (uno tra i pochi è la presentazione dei quattro giocatori più forti dello Shohoku secondo la dolce Haruko, e in particolare quella di Rukawa con lui che si appisola in bicicletta e tampona un’auto in sosta :-D).

Verso la fine entrano in scena due...? tre...? personaggi nuovi, di cui ho vaghi e nebulosi ricordi: tra i passaggi in campo e i tecnicismi ho fatto un po’ di confusione.

In sostanza un numero un po’ così.

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Emma 6 - meno 2 alla fine: che numero!!! già la copertina mi ricorda molto le atmosfere dei libri di Dickens e si intravede, fra la boscaglia alle spalle di Emma che zampetta nell’oscurità notturna, il cattivo, complice nonché classica presenza dei feuilleton Ottocenteschi.

Durante una serie di momentanee ellissi assistiamo al rapimento di Emma dopo aver passato giorni tutt’altro che lieti tra i colleghi di lavoro, che la subissano di domande sulla sua relazione con William.

Di Emma non si parla più come di una ragazza taciturna, mite, ordinata, ma di una donna audace capace di tenere nascosto un fidanzamento che coinvolge un uomo ricco. Mentre le cameriere sognano ad occhi aperti, gli uomini rivelano il loro scetticismo sulla situazione.

Da notare che, mentre nei primi numeri Emma veniva spudoratamente corteggiata da svariati uomini conosciuti a Londra mentre lavorava dalla defunta Signora Stoner e di lei tutti dicevano un gran bene - “ma com’è bella, ma com’è raffinata, ma che charme!” - ora viene addirittura sospettata di aver ardito un piano contro la famiglia Molders e tutti i suoi dipendenti!

Catalizzatore di questi sospetti è Hans *sbaaaav*.

Perché mi piace Hans anche adesso che dà così addosso a Emma? Perché in maniera subdola si è insinuato nella sua vita facendole notare tutti i suoi più impercettibili cambiamenti; perché si tiene da parte e apre bocca solo quando deve dire qualcosa di utile alla svolgersi della vicenda; perché senza di lui non ci sarebbe stata la scena cruciale in cui Emma e William si rivedono dopo essersi persi, per forza, di vista. Perché Hans serve a Emma come trasposizione vivente della sua coscienza che ha sempre bisogno di essere “spronata”. E’ un po’ la “vocina interiore” di ognuno di noi. E, diciamolo, è anche un po’... figo [scriviamolo in piccolo, va’].

Probabilmente Hans non entrerà mai nel vivo del racconto, non sarà mai protagonista, ma senza la sua presenza non ci sarebbe stato (IMO, ovviamente) un espediente verosimile per far si che Emma si accorgesse della propria maturazione psicologica, nel bene e nel male.

Oltre al rapimento di Emma, che si ritrova una lente degli occhiali scheggiata (e per uno che non vede nulla senza occhiali è come vedersi portar via un braccio, credetemi!), un altro colpo di scena è la scoperta dei nomi dei fautori dell’inghippo, che se ne stanno in panciolle a riderci su.

Uno di loro - il Signor Jones - ha poi un acceso scontro con William, già pompatosi di brutto per andare dal suocero a dirgli della rottura del fidanzamento. E’ una sequenza che non mi è piaciuta molto, talmente esagerata che le espressioni dei due, insieme a quella della signora Jones in un angolo, non riescono a star dietro alle parole e all’enfasi della situazione, risultando abbastanza statiche. E che dire della vignetta che chiude il discorso tra i due? William e suo padre digrignano i denti come i cani...

Però questa “svista” a Kaoru Mori la possiamo concedere, dai.

Non credo però che il rifiuto di William a condurre all’altare Eleanor serva a qualcosa.

Jones e il visconte sono pronti a tutto pur di vedere i rispettivi figli sposati, anche se dubito che il secondo ne sia felice, ma anzi nasconde qualcosa di più oscuro.

Infine, non ho capito una cosa: nella quart’ultima pagina del capitolo 43, chi è la bionda vestita da odalisca che si fa la manicure? Non ditemi che è Arthur calatosi completamente nel romanzo “Il prigioniero di Zenda”!

P.s.: Cecilia, poi mi devi spiegare che è il mismatching... *__*

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Anatolia Story 1 (di 28): il manga, la cui serializzazione è terminata ormai ai tempi dell’arca di Noè, ma io grazie a mia sorella lo sto leggendo a scrocco solo ora (gh gh gh), narra di Yuri quindicenne risucchiata dal mondo odierno a quello fatto di intrighi e oscuri poteri degli Ittiti del 2000 a.C..

La sfortunata teen-ager è stata scelta come sacrifiZio umano, dopo attenta ricerca, perché casta, pura e perfetta per essere macellata in nome del dio Teshub.

Perché tutto ciò? Perché la regina cattiva Nakia vuole far sparire tutti i possibili eredi al trono e far in modo che l’unico a esserlo sia suo figlio, ma per mettere in moto tutta questa cagnara deve ingraziarsi il dio con un sacrifiZio umano.

Yuri viene però salvata in extremis da un misterioso giovane: Kail Morsili, che poi altri non è che uno di quei famosi possibili eredi al trono.

Divenuta una sua concubina e protetta - Yuri infatti ha spiegato al ragazzo la sua sventura - la ragazza si trova quindi segregata nel palazzo del suo salvatore, pena essere di nuovo messa alla gogna. Nel frattempo i due, più altri comprimari, dovranno cercare il modo per far tornare a casa la prima nel Giappone del 1995.

Tra alti e bassi, e qualche espediente ridicolo che mi ha fatto cadere un po’ le braccia, il manga è esclusivamente per un pubblico femminile e possibilmente non della veneranda età di (quasi) ventisei anni [sì, io... -__-].

Tutto sommato però è abbastanza piacevole, soprattutto grazie all’erotico rapporto tra Yuri e Kail: il secondo se la vuole praticamente trombare a più non posso. Ma lei è casta e pura e sta pensando al suo fidanzatino in Giappone, quindi giammai concederà le sue grazie! almeno per ora, ma già alla fine dell’episodio Yuri si accorge che il boyfriend nipponico non ce l’ha manco più in mente e che il suo unico pensiero è Kail. Vabbeh.

Questa caratterizzazione psicologica spicciola e i salti di palo in frasca sono il difetto del manga. Infatti in un unico numero (il primo poi!) sono successe già troppe cose, e c’è il rischio che il tutto si trasformi in una storia superficiale.

E, giusto per fare la pignola - come mio solito - anche i disegni non sono perfettissimi.... ma in fin dei conti la trama è scorrevole e ci si fa anche qualche risata.

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Lady Oscar 4: sperperare è l’unica attività di gradimento della Regina di Francia. Maria Antonietta infatti, delusa e insoddisfatta dal fasto in cui vive, cerca di colmare il classico vuoto di chi ha tutto ma non ha niente scialacquando allegramente tutto il denaro che entra a corte.

Ma già il popolo freme e gli stessi sudditi a Versailles si lamentano per i favori che l’immatura regnante concede alla sua favorita Contessa di Polignac.

In realtà Maria Antonietta vuole solo trasporre la propria felicità sugli altri aiutandoli con tutti i mezzi a sua disposizione.

Peccato che, per fare ciò, usi il denaro del popolo e non si accorga che intanto quest’ultimo sta letteralmente morendo di fame...

E Oscar, impavida come sempre, ha già compreso come l’atteggiamento frivolo della Regina possa portare a gravi conseguenze in tutto il regno.

Alla fine del volume breve rientro in scena della mia preferita: Rosalie.

La giovane sfigata ha pure perso la madre investita da una carrozza, e chi ci era seduto dentro? Ma la Contessa di Polignac!

Così Rosalie, accecata dal dolore, cerca di intrufolarsi a Versailles per vendicare la madre. Solo che sbaglia casa e finisce nel castello di Oscar. -__-

Ma le due discorrono un po’ e la nostra eroina decide di aiutare Rosalie introducendola a corte.

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Purtroppo non posso leggere come procede l’inserimento in alta società di Rosalie, sfiga volle che mi manca il n. 5 [oltre ai seguenti: 2-7-13-16].

Ma Lucca Comics è in agguato!

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Querelle di Brest

Jean Genet

Net, 9.80 €

Un marinaio omicida, Querelle, segreto oggetto di desiderio del suo capitano Sablon, si lascia andare a un calvario di esperienze attraverso le quali spera di trovare la propria identità: si concede a un proprietario di Bistrot, ruba l'amante al fratello, denuncia Gil, un assassino di cui si è innamorato, e infine supplica il suo capitano di sfogare su di lui i peggiori desideri perversi.

Difficile lui, o non l’ho capito io?

L’ho finito di leggere solo pochi giorni fa e non so come descriverlo.

Sicuramente abbastanza sconclusionato. C’è chi elogia lo stile di Genet, ma io l’ho trovato insostenibile: attraverso una prosa molto raffinata inserisce vocaboli di forte impatto che smontano l’atmosfera “colta”. Indubbiamente per ricordare che i suoi protagonisti appartengono al mondo grossolano dei marinai e dei manovali di porto, ma personalmente non l’ho trovato, come metodo narrativo, poi così accattivante.

In fin dei conti è un romanzo poco interessante e nemmeno l’elemento omo-erotico stuzzica l’attenzione del lettore.

Mi è andata male, ero in cerca di un libro un po’ pruriginoso e invece mi è capitato questo volume da sorbire con noia.

P.s.: questo libro fa parte di quelli che ho scelto per la sfida “Book to movie challenge”. Clicca.

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Espiazione

Ian McEwan

Super ET, Einaudi, 12 €

A tredici anni un amore che sboccia può sembrare un plagio. Una ragazzina che assiste a una violenza può convincersi di aver riconosciuto il responsabile e far condannare un innocente, rovinandolo e rovinandosi. Perché tutta la vita sarà segnata dalle conseguenze. La ragazzina crescerà, diventerà una scrittrice, ma non si libererà del peso dell’ingiustizia inferta a un innocente, alla propria sorella innamorata e in fin dei conti anche a se stessa.

Memore del McEwan di “Il giardino di cemento”, stomachevole cronaca dell’occultamento del cadavere materno da parte dei figli adolescenti che si danno poi, tra di loro, a dubbie pratiche sessuali a colpi di crudeltà e sadismo, pensavo di ritrovarmi in una storia simile.

Invece solo il personaggio della tredicenne Briony accomuna “Espiazione” a quel precedente romanzo incentrato sul passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Briony è solo l’elemento scatenante di una storia tristissima e tormentata, di un amore negato e dell’impossibilità di trovare rimedio allo sbaglio da lei commesso.

Briony è una ragazzina perfida e ingenua al tempo stesso che distrugge la noiosa esistenza di chi la circonda affermando di aver visto qualcosa che in realtà, dopo aver raggiunto la maturità psicologica, si rivelerà per lei stessa un errore madornale; un equivoco impossibile da aggiustare nemmeno a distanza di anni, perché ormai l’arrivo del secondo conflitto mondiale ha disgregato maggiormente quelle stesse vite che fino a qualche pagina prima seguivamo attraverso un continuo cambio di punti di vista.

Oltre la metà del libro è infatti incentrata sul giorno che ha cambiato la vita a Briony e a chi le era vicino in quel momento: ogni capitolo segue ciascun personaggio analizzando e mostrando come un semplice accadimento possa essere interpretato da ognuno in modo diverso, e per questo, forse, cadere in errore a causa della propria suggestione.

I continui cambi di vista sottolineano come McEwan sia in grado di creare un complesso gioco di specchi e di differenziare sapientemente ogni personaggio.

Ma la parte migliore, nonostante sia brevissima rispetto a quella iniziale che spiega l’antefatto e fa prevedere le conseguenze, è secondo me la seconda incentrata sui due innamorati divisi dalla guerra e, prima di tutto, da Briony.

Dal punto di vista del ragazzo seguiamo i suoi pensieri, il bramare la donna amata, il sognare una vita con lei, il ricordare i pochi momenti passati insieme; tutto tristissimo e struggente considerato che i due non sanno quando, a causa della guerra, riusciranno finalmente a rincontrarsi.

E a nulla serve la fantasia di una ragazzina (ora donna) ad inventare un lieto fine per la storia raccontata. E’ ancora un modo per infierire sulle conseguenze del suo sbaglio, piuttosto che cercare con il raccontare un finale diverso la propria espiazione...

8/10

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Aggiornamento sui Nightwish: è in ascolto il loro ultimo album, se riesco settimana prossima faccio un post a parte solo per loro.

domenica 30 settembre 2007

Bip... bip... biiiiiiip - Morte apparente

Causa connessione adsl defunta, ora resuscitata (dopo aver litigato con due gentilisssssimi operatori per telefono), aggiorno solo ora il blog.

Per fortuna sono ancora in tempo per cambiare la lista dell’ultima sfida libresca lanciata da Elisaday, che dopo averla scritta sul forum mi è morto il collegamento. Clicca sempre qui per saperne di più.

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Book to movie challenge - dal 1/10/2007 al 1/01/2008

In breve: si devono leggere almeno 3 libri dai quali sono stati tratti dei film, incrociandoli anche con quelli di altre sfide a patto che la lettura di questi ultimi sia rimandata con l’inizio di questa sfida.

La mia lista iniziale era:

- “Nanà” di Emile Zola
- “L'ammazzatoio” di Emile Zola

- “It” di Stephen King - pescato dalla sfida d'autunno ;-)
- “Querelle di Brest” di Jean Genet
- “Le memorie di Barry Lyndon” di W. M. Thackeray

- “Il tamburo di latta” di Grass

Poi mi son detta... Valeria, non fare troppo la sborona che poi va a finire che non leggi una mazza!

E allora l’ho sfoltita un po’. Ecco quella definitiva:

1) Nanà - Emile Zola

2) L’ammazzatoio - Emile Zola

3) It - Stephen King [sempre lui, pescato dalla sfida autunnale]

4) Querelle di Brest - Jean Genet

5) Angel - Elizabeth Taylor

E poi lo ammetto, “It” di King ho fatto apposta a inserirlo anche in questa sfida, così da rimandarne ancora per un po’ l’inizio della lettura. E’ che già penso agli eventuali incubi notturni...

Ultimi aggiornamenti: ho finito anche il secondo libro della sfida dei libri non letti. “Un angelo alla mia tavola” di Janet Frame. Presto la recenZione.

Harry Potter sta sempre là a far la muffa ed “Espiazione” di McEwan è fermo a metà - quanto la odio la bambina protagonista!

Nuovi manga in arrivo, letti a scrocco da mia sorella :-P, “Mayme Angel” della stessa autrice di “George” e “Candy Candy” [quand’è che si decidono a ristampare le avventure di Terence, Candy e compagnia??? io ho visto solo l’anime da bambina, ora vorrei leggere la versione originale!], e “Anatolia Story” la cui serializzazione è terminata mesi e mesi fa alla ragguardevole cifra di 28 numeri.

In settimana aspettatevi un mega post su manga, fumetti e libri e film e foto e...

Intanto domani mattina devo andare dal dentista. E già sudo. Ci vuole andare qualcun’altro al posto mio...?