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giovedì 7 dicembre 2006

"Il piacere di Elsie" di Patricia Highsmith

Trama: Elsie, una delle migliaia di ragazze che arrivano a New York in cerca di fortuna, è giovane, vitale, ambiziosa, una specie di calamita che attira gli sguardi di uomini e donne. Ralph Linderman, un solitario e fanatico, se ne innamora. Jack Sutherland, un illustratore di libri, aiuta Elsie a diventare modella e si innamora anch’egli di lei. Per le strade del Village si svolge una lotta invisibile tra Jack e Ralph, tra lucidità e paranoia, classe e volgarità, bene e male.

Il brutto vizio di inventarsi di sana pianta i titoli dei libri stranieri, ha colpito anche “Found in the street” della Highsmith, tradotto in Italia come “Il piacere di Elsie”.
Il titolo originale [che ho tradotto come “Incontrarsi/trovarsi per strada”, correggetemi però se ho sbagliato] è più incisivo, capace di far risaltare fin dalle prime pagine la dinamica dell’intera storia: come gli incroci ed aggrovigli di vie newyorchesi, le vite di tre persone sconosciute, che non hanno nulla in comune l’un con l’altra, sono destinate ad invischiarsi tra loro fino alla fine.
Così come gli incontri decisivi che cambieranno le tre esistenze, anche gli avvenimenti più importanti avvengono sempre ed esclusivamente per strada. Ed è come se oltre ai personaggi principali, ce ne fosse anche un quarto più “astratto”: la città di New York.
Il titolo italiano è inoltre fuorviante perché mette in maggiore evidenza il personaggio di Elsie, personaggio che in realtà vive di “luce riflessa”, nel senso che seguiamo la sua storia solo tramite terzi - che corrispondono ai due protagonisti maschili.
E’ infatti attraverso le vite di Ralph e Jack che scopriamo nuovi aspetti della giovane Elsie, ne seguiamo la maturità e l’ascesa sociale.
Ma la particolarità di questo romanzo, non è tanto la capacità dell’autrice di delineare perfettamente il personaggio di Elise facendo leva solo su due punti di vista differenti, ma quello di analizzare abilmente questi ultimi e di conseguenza esaminare la psicologia maschile.
I veri protagonisti sono quindi Ralph e Jack, due personaggi opposti che si trovano ad amare la stessa donna con due convinzioni differenti: Ralph ama Elsie in modo ingenuo e bigotto, mentre Jack ne è invaghito per la sua bellezza e carica passionale.
Due visioni contrastanti che metteranno in subbuglio fino all’ultima pagina i tre destini incrociati e che sottolineano come sia difficile mantenere un equilibrio dei sensi.

7/10

mercoledì 29 novembre 2006

"I figli degli uomini" di Alfonso Cuarón (2006) | "Piccole donne uccidono" di Louise May Alcott

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T’aspetti animali mutanti, macchinine volanti, arti artificiali con vita propria, bombe radiocomandate, forni a microonde atomici, e invece il 2027 di Cuarón è tale e quale al presente del 2006.
Ottima scelta il mantenere una correlazione col mondo odierno, senza spaziare troppo con la fantasia, anche se il messaggio subliminale che si ricava non è nuovo: tutto questo potrebbe accadere domani e non fra mille anni...
Della storia si sa poco e nel corso del film molti aspetti vengono lasciati un po’ al caso, tocca allo spettatore seguire il filo logico degli eventi. Ma d’altronde non sa nemmeno molto Theo, il protagonista, trovatosi invischiato con un paio di infradito in una rocambolesca fuga dalla Londra bombarola dei prossimi ventun anni.
Una fuga ricca di suspance, girata con grande abilità attraverso l’utilizzo di sorprendenti piani sequenza [e non venitemi a dire che gli schizzi di sangue sull’obiettivo non sono stati tolti per rendere la scena il più realistica possibile, o per sottolineare che in fondo è tutto “finto”: se è un piano sequenza come cazzarola faceva l’operatore a interrompere le riprese per pulire l’obiettivo?], ed è in queste scene che Cuarón da il meglio di sé e per tutta la loro durata lo spettatore se ne sta rigido sulla poltrona.
Poi però tutto finisce e pensi che in fondo tutto sto popò di roba porta al solito finale carico di speranza, che occhieggia un po’ alla sequenza del transatlantico di “Amarcord”.
Dopo averci mostrato morti sventrati, prigionieri torturati (aridaje con gli incappucciati di Abu Ghraib), orde di assatanati estremisti islamici, profughi rinchiusi in gabbie, bassifondi malfamati e mi fermo qua, terminare il film con la parola “domani” ha fatto crollare tutto il mio entusiasmo e invece di pensare all’antieroe morto per la patria, pensavo solamente a Rossella O’Hara.
Non ho nemmeno parlato dei bambini del titolo, il fatto è che tutto il film più che dare importanza ai pargoli, futuri condottieri del mondo, sembra dare solo risalto alle denunce politico-sociali nascoste qua e là.
Leggiamoci il libro, che mi sa che è meglio: “I figli degli uomini” di P. D. James.

7/10

[voto discreto raggiunto grazie alle sequenze d’azione]



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Spacciata con quel titolo come una raccolta di racconti in cui le eteree fanciulle della famiglia March sono alle prese, invece che con ricami e faccende domestiche, con omicidi e intrighi, in realtà il libro non ha nulla a che fare con la saga di “Piccole donne”.
Infatti, la serie è stata scritta solo in un secondo tempo, e il vero titolo della raccolta - che in inglese è “A double life” - è decisamente più azzeccato e non mette in confusione il lettore: si riferisce alla doppia vita della scrittrice che vide pubblicati sotto falso nome su alcuni quotidiani una lunga serie di racconti che si discostano totalmente dai romanzi che l’hanno resa nota fra le ragazzine di tutto il mondo.
La raccolta racchiude quattro di quei racconti che affrontano temi come suicidio, pazzia, omicidio e poteri occulti; descritta così la raccolta potrebbe sembrare molto accattivante e capace di svelare un sorprendente lato nascosto della dolce Alcott, ma non è così, perché tutti i racconti incarnano i classici stereotipi e colpi di scena da romanzo gotico e sentimentale.
Un amore sbocciato tra il rude principe russo a cui piace menar le mani e la dama di compagnia, ricorda la tipica storia d’amore tra due individui di ceto opposto ma che il profondo sentimento con la A maiuscola riesce a segnare col “e vissero felici e contenti”; donne possedute a cui farebbe comodo un esorcista e uomini un po’ fessi costellano la trama degli altri tre racconti che ricordano però, in modo troppo palese e senza neanche troppi sforzi per distinguersi, la lunga serie di romanzi del genere gotico.
Niente di nuovo, quindi, sotto il sole ottocentesco.
Certo, è strano leggere storie di questo tipo provenire direttamente dalla penna di una scrittrice come la Alcott, ma sono comunque racconti che all’epoca della pubblicazione (prima metà dell’Ottocento) spopolavano fra i lettori di quotidiani, e ciò mi fa pensare che la Alcott abbia ripiegato su questi generi per pure esigenze economiche.

5½/10

domenica 19 novembre 2006

"Il cimitero dei giocattoli inutili e altri racconti calpestati" di Aldo Moscatelli

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Dopo aver letto “L’orologio di cenere” non mi aspettavo da Aldo Moscatelli una produzione letteraria di così tanto “respiro”, molto diversa, per certi versi, dalla sua precedente opera.
Nel suo primo romanzo già c’era una profonda critica alla società odierna, racchiusa in maniera evidente nelle parole finali del romanzo e che mi avevano fatto riformulare, insieme all’intera struttura del romanzo (personaggi, stile, ambientazione, ecc…), la mia opinione sui noir e sui gialli, tra i quali non avevo trovato ancora un testo su cui riporre il mio apprezzamento.
Quel noir, dimostratosi non il classico romanzo di genere in cui l’intera storia si divide in delitto-indagine-soluzione in maniera meccanica, già racchiudeva il preambolo per un’analisi della psicologia umana con annesse denunce; elementi che si possono trovare in ogni racconto che compone questa raccolta dal titolo “Il cimitero dei giocattoli inutili e altri racconti calpestati”.
Premetto che ho diviso (e sottolineo IO, quindi opinione strettamente personale), in maniera elastica, i racconti in tre gruppi: “Dissolvenze”, “Istantanea”, “La nuova morte”, “Lo specchio di fango” e “Il cimitero dei giocattoli inutili” sono racconti molto tristi, segnati dal disincanto dei protagonisti di fronte alla dura realtà che denunciano senza mezzi termini (si parla dell’indifferenza, delle discriminazioni, dell’odio nei confronti di chi ti hanno insegnato sia la parte sbagliata e la causa di tutti i mali da estirpare imbracciando un fucile, della nuova concezione della morte e del modo in cui la si deve affrontare tirando le somme della propria vita); il secondo gruppo è caratterizzato da metafore e allegorie presenti ne “Il soldato semplice Gordonpim” e “Storia del melo e della triste piantina” (sono insegnamenti su come affrontare la vita e ponderare le proprie scelte); mentre “Lo scrittore inutile”, “L’onda che tentò di parlare agli uomini” e “Il custode dei segreti sommersi” sono i più poetici, di grande bellezza che racchiudono anche riferimenti autobiografici espliciti.
Tutti e tre i gruppi hanno un elemento in comune, al di là dell’argomento trattato: chi palesemente e chi fra le righe, tutti i racconti lasciano nel lettore un sentimento distensivo, sereno, una sensazione contenuta nella parola “speranza” perché la speranza in ciascuna storia, se non la si vede fin dall’inizio, arriva comunque alla fine.
Quindi, anche i racconti molto crudi e di denuncia, in cui sembra esserci, più che speranza, solo malvagità, ci si accorge che servono a dare fiducia, a spronare il lettore ad aprire gli occhi sulla realtà meschina e a far sì (quindi sperare) che in futuro non accada più nulla di simile.
A cambiare il mondo, quindi.
La speranza c’è e non può essere cancellata, dimenticata; ha la capacità di seguire l’uomo e di non abbandonarlo, nemmeno quando si pensa sia tutto perduto (come ne “Lo scrittore inutile”, ode agli aspiranti scrittori spesso bistrattati dalle case editrici); sa insinuarsi nelle vite degli uomini giusti, rimanendo nei loro ricordi e nei loro sogni e, al momento opportuno, li aiuterà.
Perché l’uomo, se non ha ricordi e non resta un sognatore, sarà solo un animo a metà; tutti i personaggi della raccolta lo sono, perché capiscono e reagiscono (e in alcuni casi quando ormai è tardi: poiché rappresentano le sfaccettature umane, e nessuno è perfetto…), si rendono conto che quello che sta loro attorno è sbagliato e, con lo spirito da sognatore, insegnano al lettore qualcosa di nuovo e, soprattutto, a seguire il loro percorso, i loro consigli.
Consigli celati a volte dietro espressioni figurate, che in entrambi i casi non sono mai retorici, scontati; ho trovato ciascun racconto abilmente scritto, e i significati profondi e i messaggi di ognuno sono stati inseriti all’interno di storie così fantasiose, poetiche e varie (ecco perché ho trovato la raccolta molto diversa rispetto al primo romanzo dell’autore) che danno vita a un corpus letterario davvero eterogeneo, e scritto in maniera semplice senza virtuosismi di sorta.
Ogni racconto è un piccolo universo che racchiude con una capacità sorprendente ogni realtà odierna e ogni sentimento umano.
Mancasse anche uno solo dei racconti, e il libro non avrebbe senso.
Finora un libro, o meglio, i libri che erano riusciti a trasmettermi emozioni come dolcezza, stupore, riflessione, pace e, soprattutto, il sentire di aver imparato qualcosa di nuovo perché libri capaci di infondere nel lettore dei saggi insegnamenti di vita, erano stati quelli di Archibald Joseph Cronin e Carlo Cassola.
Adesso ci sono anche i racconti di Aldo Moscatelli, troppe volte “calpestati” perché finiti nelle mani di chi sognatore non era.

lunedì 6 novembre 2006

"Il mistero di Notting Hill" di autore anonimo

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"Non volle firmarsi l’autore di questo romanzo, comparso nel 1862 sulla rivista “Once a Week”, ma la “ricetta” rivela un classico della letteratura poliziesca più raffinata.
Lettere, documenti, pagine di diari, accurate descrizioni di ambienti mettono a disposizione del lettore tutti gli elementi per farsi in prima persona il protagonista di un’indagine appassionante".


Scordatevi l’entusiasmante trama in quarta di copertina: il romanzo, composto da una serie di documenti di varia natura, non rende affatto coinvolgente la risoluzione del mistero (un doppio omicidio dalle tinte fosche); la struttura del romanzo mostra una vicenda molto asettica e completamente incapace di trasmettere alcuna emozione al lettore che, pur avendo “sotto mano” i carteggi dell’indagine, non avrà mai l’impressione di esservi coinvolto direttamente.
Questa sensazione viene anche accentuata dalla totale (tranne in alcuni episodi) mancanza di “collante” tra i vari documenti, che risultano così essere più vicini a una lista della spesa che a un romanzo giallo vero e proprio.
Non è quindi stimolante la scoperta dell’assassino, non c’è pathos, suspance, e quando si arriva alla fine si rimane un po’ straniti, anche perché la rivelazione del colpevole rende tutto il giallo molto mediocre e scontato dato che si spera fino all’ultimo che l’omicida non sia proprio quello su cui il lettore ha già puntato il dito a metà libro, e invece si scopre che è proprio quello.
Anche lo stile, per un romanzo pubblicato a puntate su un quotidiano inglese di siffatta qualità, è decisamente sotto la media; appena si parla di romanzi gialli Ottocenteschi si pensa a quelli di Arthur Conan Doyle (beh, nel 1862 aveva solo tre anni, ma concedetemi il paragone), e quelli sì che possono essere considerati raffinati, il giallo di questo anonimo è piuttosto… anonimo.

5/10

martedì 31 ottobre 2006

"Il ballo" di Irène Némirovsky



Breve racconto sul rapporto madre-figlia, abilmente analizzato da un narratore onnisciente attraverso succinte, ma non per questo poco complete, analisi psicologiche che guardano con occhio critico e a volte perfido la vita della giovane Antoinette e quella della madre Rosine.
L’odio tra le due emerge con chiarezza immediatamente, dalle prime pagine: Rosine, donna pretenziosa, un tempo dai facili costumi, inconsciamente invidia la figlia adolescente perché sa di essere ormai “vecchia” e che la sua vita è stata solo un tentativo d’imitare i sogni che in realtà non sono mai stati realizzati; Antoinette, sapendo di non essere accettata dalla madre, cerca in tutti i modi di vendicarsi del suo ruolo secondario nella famiglia, indifferente di quelle che potranno essere le conseguenze.
Nessuna delle due però s’accorge di essere la copia dell’altra, di rappresentare, come in uno specchio falsato, la giovinezza passata dell’una e la vecchiaia che verrà dell’altra.
Il tutto racchiuso mirabilmente in appena 83 pagine, che dimostrano le grandi doti di questa scrittrice, capace di esaminare un argomento così difficile e ampio in poche pagine senza trascurare nessun elemento.

8/10