mercoledì 17 novembre 2010

Acciaio


Acciaio
Silvia Avallone
Rizzoli, 18 €

Avevo parlato tempo fa del mio rigetto verso i finalisti/vincitori del Premio Strega, ci risiamo: “Acciaio” è stato il secondo classificato dell’edizione 2010 di questo premio letterario. E non mi è piaciuto.
Ambientato nello squallore di un paese (Piombino) fatto di casermoni popolari e bagnato da un mare che sembra una bagnarola stantia e sul quale incombe, paragonata a un enorme presenza fallica e mostruosa, l’acciaieria Lucchini, il libro ha per protagoniste due adolescenti e il contorno delle loro famiglie, vicini di casa e compagni di scuola.
Tutto nel libro è sfatto, marcio, desolante: i papà di Anna e Francesca sono dei fancazzisti affetti da menefreghismo verso qualsiasi dovere coniugale/famigliare, oppure adorano passare il tempo a ridurre in schiavitù psicologica e fisica le donne di casa mentre raggiungono la libidine nello spiare la propria figlia in costume. Le madri delle due ragazzine passano la vita a mandar giù merda oppresse dai mariti pur avendo capricci da suffragetta/femminista (la mamma di Anna). I ragazzi del quartiere, operai nell’acciaieria, per sopportare i massacranti turni di lavoro ma allo stesso tempo spassarsela in discoteca quattro ore prima dell’inizio del turno in fabbrica, si strafanno di cocaina pensando che la vita è uno schifo, lavorare è uno spreco e che sarebbe meglio metter su un giro di contrabbando di rame rubato e/o diventare spacciatori a tempo pieno; salvo poi ammorbarci con pistolotti etico-morali quando Alessio, fratello di Anna, litiga con il padre che gli propone minimi sforzi (truffe e riciclaggio) e massima resa (un sacco di soldi, belle macchine) e il ragazzo gli risponde che lavorare è bello, spaccarsi la schiena in acciaieria e sentirsi stanchi è bello e guadagnarsi da vivere decorosamente è lo scopo della sua vita, quando invece fino a quel momento si bombava di coca per affrontare meglio (!) le 40 ore settimanali in acciaieria...
Il complesso edilizio in cui si svolge la storia è un immondezzaio in cui c’è gente che urla e litiga col vicino tutti i giorni, gli inquilini sono smorti e ciabattano perennemente, i bambini pisciano giù per le scale e la sporcizia appiccica tutto.
Anna e Francesca sono invece l’unica cosa coerente in tutto il libro: bambine provocanti e curiose di conoscere l’altro sesso, con aspirazioni da velina, consapevoli di essere spiate dai vecchi bavosi del palazzo di fronte, fingono di sentirsi grandi senza capire inizialmente che l’attrazione verso l’altra è amore e non solo un gioco per fare esperienza. Oggi praticamente il 90% delle tredicenni è superficiale e ostenta una maturità pressoché inesistente, che diventa poi strafottenza. Proprio come Anna e Francesca e il contorno di amiche. Poi che le due protagoniste scoprano l’omosessualità è un elemento poco rilevante, dato che dal modo di trattare l’argomento mi è parso più un’occasione di mettere in scena situazioni erotiche che al contrario un momento per riflettere su un argomento di tanta portata, visto anche che le persone in oggetto hanno SOLO tredici anni.
Aggiungiamoci poi che il libro passa anche per l’estate del 2001 ed immancabile è il capitolo dedicato all’attacco alle Torri Gemelle e che siccome il titolo del romanzo è “Acciaio” allora: fabbrica-forza lavoro-macchinari e dove si arriva? a un operaio morto sul posto di lavoro.
Poi si scivola verso un finale sbrigativo che chiude un libro veramente pieno di stereotipi, il cui stile di scrittura è banale e piatto - per leggerlo ho impiegato due sere, di certo di spessore lessicale non ce n’è... - e di gran lunga sopravvalutato.

4/10

sabato 30 ottobre 2010

Letture - dove eravamo rimasti

Il blog negli ultimi mesi è caduto nel dimenticatoio, Anobii invece lo aggiorno con i nuovi caricamenti senza però aggiungere nuove recensioni. Vediamo un po’ se riesco a rimettermi in pari prima che mi passi di nuovo la voglia...

Ho in arretrato libri da commentare che risalgono addirittura a febbraio (!!), il primo è “Tipping the velvet” di Sarah Waters [ed. Reverhead Books]. Quando ho iniziato a seguire questa autrice la Ponte alle Grazie, che pubblica tuttora i suoi libri in Italia, aveva avuto l’assurda idea di iniziare a proporre i suoi romanzi dal secondo in poi, e il primo??? praticamente tralasciato per qualcosa come dieci anni, sino a che, evidentemente stufa di sentire le suppliche dei fans italiani, la P.G. l’ha pubblicato sotto il titolo di “Carezze di velluto” nel 2008. Io però ormai mi ero comprata mesi e mesi prima su IBS.IT l’edizione in lingua originale per poco meno di 5 € (alla faccia dei 18.60 € dell’editore italiano!); poi si sa come siamo fatti noi lettori - accumuli, accumuli e ti perdi in altre nuove letture - così l’ho preso in mano solo l’inverno scorso.
Senza dubbio “Tipping the velvet” è il migliore tra i romanzi della Waters e, ovviamente, siccome questo ha dato il via ai temi ricorrenti della sua carriera letteraria, ha per oggetto l’Inghilterra di fine Ottocento, protagoniste femminili e l’introduzione nel racconto della tematica lesbica nonché erotica, ma a livello di “fascino” è di gran lunga superiore ai successivi.
Diviso in tre parti, il libro ha per protagonista la giovane Nan King e narra delle avventure e dei viaggi della ragazza nell’arco di circa 7/8 anni a partire dal 1888. Proveniente da una normalissima famiglia di ristoratori di Whitstable, Nan non ha certo di fronte a sé un futuro pieno di attrattive se non quello di sposarsi e continuare in eterno a pulire le ostriche per la locanda dei genitori; il suo unico svago è quello di assistere agli spettacoli serali di music-hall nel teatro non molto lontano da casa. Lì si esibisce Kitty Butler, attrice di qualche anno più vecchia di lei che ha la particolarità di presentarsi sul palco travestita da uomo. Le due diventano amiche e ben presto l’intesa tende a trasformarsi, con contorno di dubbi amletici e tentennamenti, in un sentimento molto meno “fraterno” e più sensuale. Kitty, nel frattempo diventata famosissima e richiestissima per i suoi show da drag-king ante litteram, viene ingaggiata addirittura nella grande e caotica Londra e propone a Nan di seguirla.
Da questo momento la narrazione si fa più movimentata e viene inserito anche l’aspetto lesbo-erotico della relazione tra le ragazze, nonché (ma a questo punto ce ne frega poco, ahahahah!) descrizioni molto ben fatte e documentate della Londra sia fastosa che di periferia dell’Inghilterra dell’ultima decade del secolo.
A fronte però di un buon inizio la storia nella seconda parte vede l’introduzione pure di esibizioni sadomaso che secondo me lasciano un po’ il tempo che trovano... e la stessa trasformazione psicologica di Nan, da donna alla ricerca di un posto nel mondo e di una sua sessualità definita - parte, questa, ottimamente scritta e argomentata - a gigolò per ricche carampane (continuano il gioco e lo scambio di ruoli tra lei/lui e i travestimenti), mi è parso un poco ridicolo, mi ha pure annoiato e sono pagine in cui si è voluta inserire fin troppa volgarità e il personaggio della mantenuta non regge proprio.
L’ultima parte vede l’entrata in scena, dato il periodo storico in cui Nan finisce il suo peregrinare, delle immancabili suffragette e di dissertazioni sulle pessime condizioni di vita delle classi meno abbienti dipingendo desolanti quadri economico-sociali, mentre la protagonista giunge finalmente all’accettazione assoluta delle proprie tendenze erotiche.
Quindi in quest’ultimo senso il libro lo si può certo inserire nei romanzi di formazione e può anche ricordare la struttura dei romanzi picareschi: Nan King è oggetto di disgrazie, fortune e colpi di testa, entra a contatto praticamente con tutte le classi sociali dell’Inghilterra Vittoriana, è costretta a prostituirsi, a ingannare e ad essere ingannata a volte dalla gente che incontra fino ad approdare alla serenità spirituale e sessuale tanto agognata. Tutto questo raccontato con classe e sensualità, deliziando con il suo puro intrattenimento (si legge, ahimè!, in breve tempo) pur avendo LA pecca nella quale incappa la maggior parte degli scrittori medi di lingua inglese [come ricorda in un suo post Michele Foschini]: usare cioè a IOSA i verbi “to shrug - to frown - to lean, solitamente allo schienale della sedia - to turn, di solito a guardare qualcuno”... [voto: 8/10]
Altro libro in lingua letto è “A great and terrible beauty” di Libba Bray [ed. Delacorte Press], non mi ricordo nemmeno quanto l’ho pagato su IBS.IT ma spero siano stati pochi euro perché mi sono trovata di fronte a una sciocchezzuola per adolescenti che amano i poteri magici, i regni incantati e le grotte ancestrali ricche di enigmi.
Gemma ne è la protagonista nonché paladina dei diritti della donna (indipendenza, scelte personali, no al matrimonio senza amore, ecc...) in una epoca, anche qui quella Vittoriana, in cui mai ci si sarebbero aspettati ragionamenti di siffatta modernità visto che c’erano sì le suffragette ma non credo avessero 16 anni e frequentassero ancora il collegio.
A fronte di scaramucce tra teen-ager, viaggi intercosmici tra una dimensione e l’altra, ambientazioni mai coerenti con l’epoca trattata - sembra di essere in un qualsiasi periodo storico tranne che quello di fine Ottocento - c’è un ricorrente inserimento di scene (vabbeh, blandamente) erotiche che non trovano praticamente una collocazione in una narrazione in cui non c’è NULLA di maturo.
Il libro è seguito da altri due episodi che ne compongono la trilogia. Oh, uomo avvisato... [voto: 5/10]
E via che si prosegue con un altro libro dall’incomparabile spessore: “Eclipse” di Stephenie Meyer [ed. Atom]; mi piace soffrire così me lo sono letta in lingua originale e giuro che mi sono fatta due coglioni così ad arrivare all’ultima pagina. La 629. Signori - ripeto - 629.
Edward e Jacob si contendono Bella in un susseguirsi di dialoghi e situazioni banali, in cui è un continuo ripetersi di isterismi, pianti, litigi, tentati approcci sessuali (tutti che vanno a vuoto), scazzi del padre di Bella e Bella che non sa decidersi se è meglio il lupo oppure il vampiro. Ma è poi una novità?
Introspezioni psicologiche ancora una volta mediocri, e quando si cerca di inserire un momento di riflessione sui princìpi di una volta persi, si scade nel grottesco con un fastidiosissimo Edward munito di remore da bravo ragazzo (“ti scopo solo se mi sposi”).
E poi, ‘sto ragazzo, non lo trovate ridicolo? ha 104 anni e continua imperterrito a frequentare le lezioni di Biologia, Letteratura Inglese, a fare i compiti (...i compiti!!!) con la sua fidanzatina. Ok che per esigenze fisiche sembra un teen-ager, ma, cazzo, il cervello non gli si evolve??? [voto: 4/10]

venerdì 6 agosto 2010

Filmssssss 2

Mignon è partita
Francesca Archibugi, 1988

Scorcio di un anno sui Forbicioni, una famiglia romana che in quell’arco di tempo ospita Mignon, una cuginetta nata e cresciuta a Parigi.
In questa storia semplicissima e delicata i bambini la fanno da padrone con la loro vitalità, i problemi di cuore, gli screzi, le risate, mentre però assistono in silenzio ai litigi dei genitori e alle difficoltà dei parenti: la madre che piange, casalinga chiusa fra le mura domestiche e il tran-tran quotidiano; il padre assente munito di strambi alibi lavorativi per nascondere (malamente) la relazione extra-coniugale; gli zii che rimpiangono di non aver figli e quelli invece che hanno problemi con la legge.
In sostanza è un film di formazione sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza, costruito su una commistione di toni umoristici e di riflessione.
Bravissima Stefania Sandrelli, nel ruolo della madre, e i due giovani attori che interpretano Mignon e il cugino Giorgio, veri protagonisti del film.

8/10


Il mio vicino Totoro
Hayao Miyazaki, 1988

Ci sono voluti venti, e dico VENTI anni perché questo film arrivasse anche sugli schermi italiani... stendiamo un velo pietoso...
Le sorelline Mei e Satsuki si trasferiscono in campagna con il padre per stare più vicini alla mamma ricoverata in ospedale. La casa che andranno ad occupare, circondata da un aura bucolica, si rivelerà già abitata da strani inquilini con cui però le bambine faranno subito amicizia.
Io l’ho trovato semplicemente fa-vo-lo-so, vi si ritrovano praticamente tutti i temi ricorrenti delle opere di Miyazaki - l’infanzia, il volo, i personaggi femminili come protagonisti, il fantastico, il sogno, il rispetto per la natura - in una poeticità tenerissima che tocca le sequenze più irreali fino a quelle in cui si affronta l’angoscia per la malattia materna.
E’ un film lieve, gioioso, buffo (Totoro e il Gattobus in primis!) e devo dire che, messo a confronto con pellicole dello stesso autore più recenti (Il castello errante di Howl), sinceramente Totoro è ancora molto più straordinario nel racconto di una quotidianità fatata di due piccole bambine.

10/10


The village
M. Night Shyamalan, 2004

La prima volta che l’ho visto su Sky era già iniziato e mi ero persa metà del film, sono andata avanti comunque rapita dall’ambientazione di fine ‘800, la solitaria radura circondata da tetri e angoscianti boschi, il male che incombe e tutta la salvezza della comunità rurale appioppata ad una tenace ragazza cieca.
Quella volta ero arrivata ai titoli di coda con un enorme spavento e la certezza di essere di fronte a un film fighissimo e dell’aver perso 2/4 di trama non me ne fregava niente, ero contenta e soddisfatta così.
Qualche settimana dopo l’ho ribeccato sempre su Sky e allora lì sì che me lo sono rivisto ma questa volta dall’inizio.
Ecco, devo dire che il bis non va a favore di un film strutturato come “The village”: l’effetto sorpresa e rivelazione finale si ammoscia e guardarselo foss’anche solo per apprezzare i virtuosismi stilistici non serve. Di stile non c’è praticamente nulla e tutto il film regge sulla costruzione di (questa sì) una riuscitissima trama in cui si spiega come la menzogna possa tornare utile a “costringere” subdolamente i cittadini in un determinato habitat e stile di vita. Teoria applicabile anche ai giorni nostri.

7/10


La nostra vita
Daniele Luchetti, 2010

Claudio perde la moglie mentre sta partorendo il loro terzo figlio. Rimasto solo con tre bambini decide di darsi da fare in qualche modo per dare loro una vita felice, ma lo fa sbagliando di grosso: sostituisce l’affetto e la serenità di un padre con i soldi e le cose materiali e per avere entrambi finisce in un giro di abusivismo e a capo di lavori edilizi in nero.
Un personaggio un po’ scomodo, fastidioso per la sua strafottenza, si riesce a essergli vicini solo nell’elaborazione del lutto - toccante la scena del funerale, con un Elio Germano strabiliante in una introspezione psicologica fortissima - il resto è irritante: il fratello sfigato e zitello, la scena del “Puoi contare su di noi, sulla Famigghia”, la scopata con la locandiera rumena per cercare di superare anche sessualmente la perdita della moglie, ma soprattutto il voler essere un film moralista sugli imbrogli e le debolezze dell’Italia di oggi quando per 3/4 di storia si affonda il dito nella piaga e poi nel finale tutto si aggiusta e vissero sereni e satolli...

5½/10

sabato 19 giugno 2010

Lolita Pille | Agota Kristof | Cormac McCarthy

Hell
Lolita Pille
Fazi, Le vele, 15 €

Lolita Pille (classe 1982) all’uscita del suo romanzo d’esordio, “Hell”, nel 2002 fece scalpore per la tagliente bravura e per l’argomento trattato: le dissoluzioni dei giovani borghesi parigini tra sesso occasionale, droga, alcol e depressione consumati negli ambienti riservatissimi e vippissimi inaccessibili da noi poveri proletari.
Inizialmente può anche incuriosire una protagonista stronzissima e con la puzza sotto al naso, talmente snob da analizzare, criticare e abbattere tutte le classi sociali al disotto dell’alta borghesia perché inutili alla società, e colpisce il modo in cui lei stessa racconti della sua vita priva di qualsiasi emozione tanto da arrivare a ricordarsi dell’appuntamento del giorno dopo per un aborto - il suo - solo mentre cazzeggia con le amiche e parla di idiozie.
Quando però arriva in lontananza il bello e dannato di turno che, sgommando su di un bolide potentissimo e portandosi dietro la fama di maschilista di prima categoria, si insinua nel cervello sfatto di questa adolescente e iniziano le classiche paturnie amorose... meglio cambiare canale.
La stessa trita situazione sentimentale in cui TUTTE le adolescenti, siano esse ricche-famose oppure figlie di famiglie normalissime e senza problemi di droga, cascano immancabilmente quando gli ormoni cominciano a farsi sentire.
Attendo che in biblioteca (io comprarlo MAI) appaia “La città del crepuscolo”, ultimo romanzo della Pille che stavolta tratta il genere thriller e già le si accostano i nomi di Huxley, Dick e Orwell. Oddio.

5/10



Trilogia della città di K. - Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna
Agota Kristof
Einaudi, Super ET, 12 €

Due gemelli senza nome vengono affidati dalla madre alla nonna che vive in campagna, lì non soffriranno le privazioni della guerra che in città distrugge tutto.
Sono gli stessi bambini a raccontare la propria vita nella prima parte (di tre) di questo romanzo, e lo fanno attraverso brevi capitoli strutturati in maniera davvero molto particolare: non si capisce mai chi dei due stia parlando, le personalità dei due fratelli sono intercambiabili tanto è forte il legame simbiotico che li unisce, e i loro racconti iniziano quasi sempre con descrizioni di scenari bucolici, di tranquilla vita di campagna scandita dal passare delle stagioni e dagli impegni quotidiani - tagliare legna, cercare funghi... - ma ecco che di improvviso arriva lo scarto che fa virare tutto verso la paura, l’agghiacciante, la violenza, la cattiveria, la perversione.
Gli stessi fratellini si rivelano presto per essere qualcosa di molto simile alle gemelline di “Shining”, sono inquietanti, subdoli, perfidi. I loro discorsi vanno ben oltre la capacità comune di un bambino di 10/11 anni e il loro cinico spirito di sopravvivenza farà toccare al racconto punte di mostruosità anormale.
Difficile quindi sostenere un racconto simile? No, affatto. Al contrario l’atmosfera nera e angosciante ti risucchia in un gorgo dal quale non si riesce a uscire e si è portati a voler sapere di più e a non interrompere la lettura; lo stesso modo di raccontare con brevi frasi e crudezza persistente fa scivolare via velocemente le prime 137 pagine.
Le parti successive, “La prova” e “La terza menzogna”, vedono i due fratelli ormai cresciuti costretti a separarsi, ma i racconti di entrambi, così divisi, ribaltano continuamente la situazione inizialmente descritta nella prima parte e si è portati a chiedersi insistentemente cosa è vero e cosa è solo frutto di inganno, fantasia malata. Forse nella terza e ultima parte si riescono a riannodare tutti i fili e a scartare i fatti ingannevoli e i personaggi mai esistiti, a capire cosa è realmente successo ai due gemelli.
Sì, ma forse, perché i dubbi rimangono così come la sensazione di essere stati ingannati fin dalla prima pagina.
Ma proprio per questo gioco di rimandi, di annulli, di verità nascoste vi consiglio questo libro vivamente, non esattamente per la seconda e terza parte - che perdono un po’ di verve e malvagità - ma piuttosto per la prima magnetica parte.

9/10



Il buio fuori
Cormac McCarthy
Einaudi, 10 €

Culla e Rinthy sono fratello e sorella, vivono in una piccola e fatiscente catapecchia nel mezzo di una radura immersa nel bosco. Molto lontano, al di là degli alberi, c’è il paese con il suo emporio e la vita del Far West di fine Ottocento, ma loro due sono costretti a restarne ben lontani per un bel po’... o almeno fino a che Rinthy non darà alla luce il frutto del loro incesto.

Dopo il bellissimo “La strada” ecco un’altra atmosfera spiazzante nelle pagine di Cormac McCarthy: un fratello e una sorella incestuosi, il profondo sud americano fatto di agricoltori, venditori ambulanti, sudore e polvere, povera gente che vive di stenti ma pronta a volte ad aiutarsi l’un con l’altra in uno slancio benevolo per farsi forza nelle difficoltà della vita. E oltre c’è il buio dove non ci sono regole, ci si ammazza per gioco seguendo criteri incomprensibili, si fanno inquietanti discorsi che stravolgono il senso del reale e la malvagità e il disfacimento morale persistono senza fine.
Una trama così criptica forse non l’ho capita fino in fondo però il libro, anche se con situazioni assurde e disorientanti, credo proprio descriva cos’è la vera America, quella di periferia, un bel po’ retrograda.
Intorno c’è lo spaventevole racconto di gente finita nell’angoscia di un destino già segnato, senza amore, in un vagabondare infinito in cui si cerca di sopravvivere ma ormai non più di vivere.

8/10

sabato 5 giugno 2010

Libri illustrati e graphic novel


Io aspetto...
Davide Cali e Serge Block
Edizioni EL, se riuscite a trovarlo in libreria (cosa poco probabile, purtroppo) costa 13.50 €

Disegni minimali in bianco e nero e un filo rosso che collega tutte le pagine del libro. Si presenta così “Io aspetto”, storia per immagini di un bambino che cresce, si innamora, si emoziona, ride, soffre, affronta e partecipa ad avvenimenti importanti e pian piano invecchia; è incredibile come basti un po’ di inchiostro e un gomitolo di lana per raccontare la vita e commuovere tanto, ma tanto TANTO.


10/10

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Ariol. Un asinello come me e te | Ariol. Il Cavalier Cavallo
Emmanuel Guibert e Marc Boutavant
Fabbri, 12.50 € entrambi

Ariol è molto famoso in Francia, protagonista di strisce a fumetti in cui il mondo è abitato da animali che vivono, vanno a scuola, fanno la spesa, lavorano, giocano, vanno al cinema come gli umani. Lui è un asinello occhialuto che ha come mito il Cavalier Cavallo, un supereroe equino di cui insieme agli amici imita le gesta; vive con la mamma e il papà in un appartamento arredato Ikea (vedere il fumetto per crederci! XD) e con entrambi affronta, come normale per un bambino, ops, asinello della sua età, qualche piccolo capriccio ma anche momenti di tenerezza.
I due libri sono suddivisi in episodi che anche se letti a caso non influiscono sulla continuità della storia e delle avventure di Ariol, e in ogni capitolo si parla di vita quotidiana in un modo in cui l’insegnamento dell’etica è sempre presente ed è stemperato da ironia e spensieratezza.
Un ottima serie utile anche agli adulti e dal cui successo è nato anche un cartone animato selezionato l’anno scorso per partecipare al Festival Internazionale del Cinema d’Animazione di Annecy.


10/10


Dykes
Alison Bechdel
Bur-Rizzoli, 21 € (rimortacci!)

Alison Bechdel è una grande fumettista americana di cui per fortuna si sono decisi a tradurre in italiano anche le strisce quindicinali “Dykes to watch out for” apparse dal 1983 al 2008 su diverse riviste praticamente improbabili da trovare in Italia.
Il “Dykes” pubblicato da noi però è solamente una selezione dei 527 episodi originali, e la cernita l’ha fatta Francesco Pacifico. Quindi non ho ancora capito se il nostro “Dykes” è uguale a “The essential Dykes to watch out for” di cui questo dovrebbe (?) essere la traduzione italiana.
Boh.
Comunque l’importante è che mi sono potuta immergere nella vita di un gruppo di lesbiche lavoratrici, indipendenti, all’avanguardia e impegnate politicamente nell’America degli ultimi 25 anni, traendoci un certo spassoso interesse nel seguire le loro relazioni sentimentali, gli avanzamenti di carriera, i litigi, i tradimenti, i disguidi con i vicini, le nascite dei figli, i matrimoni e la felicità esistenziale raccontati con ironia e sagacia. Insomma, tutta una vita è racchiusa in questo volume, ed è una summa dello sviluppo e anche dei fallimenti dell’inserimento degli omosessuali nella società contemporanea; qui ovviamente si parla praticamente solo della cerchia delle sofisticate e intellettualissime lesbiche dell’american middle class [gli uomini - se e quando ci sono - sono o gay oppure di passaggio nel gruppo], e ammetto che non di rado i loro contorti discorsi politico-economico-sociali pressati in balloon minuscoli sono stati, ad un primo impatto, di complicata comprensione, poi però ci si abitua e il meccanismo si fa più fluido, la vita quotidiana delle multietniche protagoniste prende maggiore rilievo ed è bello soffermarsi non solo per apprendere meglio quel discorso, ma anche per osservare i disegni che col tempo si fanno più maturi, meno abbozzati, le espressioni, i volti e i corpi diventano molto più realistici (con la pancetta e le imperfezioni dell’età che avanza), e come il tempo passa anche loro - Mo, Jezanna, Lois, Clarice, Sparrow e le altre - maturano e le loro conversazioni, le loro priorità evolvono.
Unica pecca: il costante e ripetitivo volersi ghettizzare delle protagoniste, l’apice si tocca quando a Sydney viene diagnosticato il cancro e la sua compagna Mo le suggerisce di partecipare ad un gruppo di auto aiuto di “Donne Lesbiche Che Hanno Il Cancro”... (sigh!)
Nel complesso però è davvero un ottimo volume che conferma la bravura di questa autrice.

P.s.: sorvoliamo su quell’agghiacciante “invertite” spiaccicato così in copertina, e sulla caterva di errori di battitura in un volume che, visto il non esiguo costo pari a 21 euri, ci si aspetterebbe maggiormente più curato!

10/10


L’albero di Natale
Hans Christian Andersen
Illustrazioni di Marc Boutavant
Rizzoli, 15 €

La storia dell'abete che per tutta la vita non è riuscito ad apprezzare i lati belli della sua esistenza ma solo a lagnarsi e a invidiare gli altri alberi, l'ho trovata deprimentissima (al di là dell'utilissimo messaggio). La cosa che mi aveva attirato di questo libro infatti è un'altra: i disegni. Firmati dall'illustratore francese Marc Buotavant - lo stesso della serie di Ariol l'asinello - hanno un gusto un po' retrò che mi hanno ricordato da subito un libro di fiabe della mia infanzia illustrato con lo stesso stile. Purtroppo non so nemmeno se qui in casa ci sia ancora quel libro, di cui non ricordo nemmeno il titolo; mentre lo cerco almeno ho questo che è un degno sostituto. ;-)
Se vi capita di vederlo in libreria, sfogliatelo. Rimarrete rapiti anche voi dalla bellezza dei disegni!


10/10 per le illustrazioni