domenica 29 ottobre 2006

"La sconosciuta" di Giuseppe Tornatore (2006)

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Tecnicamente perfetto, ricorrenti richiami alla produzione hitchcockiana a volte, però, fin troppo evidenti - dalla colonna sonora firmata da Ennio Morricone, alla simbologia di Hitchcock (scale, uccelli, finestre, oggetti rotondi, identità celate) - un thriller ricco di suspance in cui il mistero da risolvere resta per noi sconosciuto, come la protagonista per tutti i personaggi che le ruotano attorno, e di cui assistiamo senza poter giudicare, non avendo praticamente nessun indizio che ce lo permette, alla sua ricomposizione finale in cui tutti i tasselli tornano al loro posto.
Un enigma che, risolto, non lascia comunque precipitare il tono dell’intero film, non lascia allo spettatore nessun motivo di critica, non una sbavatura, non un’imperfezione.
I colpi di scena, anche molto violenti, si alternano a momenti di calma apparente e commovente tenerezza, che fanno di questo film non solo un thriller, ed è quindi riduttivo restringerlo in questo genere.
Un cast da urlo, in cui, tra tutta quella bravura, spicca la sconosciuta (gioco di parole…) protagonista Ksenia Rappoport, attrice russa molto famosa in patria.
Film da vedere assolutamente.


9/10

sabato 28 ottobre 2006

"La fata carabina" di Daniel Pennac | "Fur - Un ritratto immaginario di Diane Arbus" di Steven Shainberg (2006)

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Dopo aver letto il primo volume della saga della famiglia Malaussène, ci riprovo, a distanza di due anni, col secondo.
Se del “Il paradiso degli orchi” mi sono rimasti impressi solo Benjamin e tutta la sua stramba famiglia, compreso il cane - mentre del resto del racconto ricordo solo vagamente bombe che esplodono in un grande magazzino, vecchietti a brandelli e “qualcuno” che cerca di risolvere il giallo - con il suo seguito ho ritrovato gli stessi intoppi: faccio fatica a seguire i discorsi arzigogolati di Pennac, che ha la particolarità di raccontare anche un semplice fatto, con tutta una serie di periodi che si accavallano con parole dai doppi sensi, termini modificati ad hoc per l’utilizzo, con una sintassi, quindi, abbastanza scombussolata.
Lo stile di Pennac è questo, e so che è grazie a lui se è diventato famoso e apprezzato dalla critica, ma ammetto le mie difficoltà nel “stargli dietro”.
E’ pur sempre spiritoso, ironico, tagliente, ma è lo stile a non convincermi, o semplicemente, perché Pennac è per i palati sopraffini… e nonostante abbia letto anche tomi piuttosto elevati, non è un autore fatto per me.
Trovo sempre e comunque, come nel primo romanzo, molto divertenti e tenere le parti in cui si trovano in scena i componenti della famiglia Malaussène, con il loro non-sense, il loro volersi bene incondizionato nonostante i tiri mancini reciproci.
E sono proprio i Malaussène insieme alle “denunce sociali” celate dietro l’ironia e la leggerezza (in questo romanzo è criticata la società che ormai pullula di cattiveria), a rimanere nei miei ricordi; tutto il resto, anche i personaggi secondari con annesso e ricorrente giallo da risolvere, una volta girata l’ultima pagina, svaniscono per essere inghiottiti da una memoria che si fa sempre più confusa.
Ma il desiderio di rincontrare ancora la famiglia Malaussène è talmente forte, che finirò per leggere gli ultimi tre romanzi della serie.

6/10

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Come specificato all’inizio del film, da alcune didascalie, Shainberg elabora in modo del tutto personale la biografia (scritta da Patricia Bosworth) di Diane Arbus, eccentrica fotografa americana morta suicida nel 1971 a 48 anni, i cui soggetti prediletti erano i freaks (quelli che Browning nel 1932 aveva ritratto nel film omonimo).
Il film, rivisitato e corretto in questo modo, è da considerare separatamente dalla fonte principale di ispirazione, altrimenti si rischia di non apprezzarlo per niente.
“Fur” è surreale e inquietante come le fotografie della Arbus, mai mostrate durante la pellicola su imposizione della Fondazione Arbus che non ha concesso i diritti d’utilizzazione delle opere.
Diane per l’intero film cerca di far capire, alla famiglia e a chi le sta vicino, che quegli esseri definiti strambi non sono da considerarsi tali, ma di “rivalutarli” adeguatamente, come esseri umani facenti parte di un universo nel quale non c’è nulla di cui vergognarsi; la frase emblema del suo percorso creativo è quella pronunciata davanti a una prostituta statuaria e un uomo nudo (il cliente) che ballano insieme: “E’ bellissimo”, detto con sguardo estasiato e felice.
Lo stesso sguardo che rivolge al vicino di casa Lionel, affetto da ipertricosi, il primo a darle la spinta decisiva per intraprendere una carriera fotografica.
Se da questo punto di vista il film è ben fatto - cioè il mostrare la crescita creativa della fotografa immaginaria [e quella dei peli del co-protagonista…] - ho trovato invece forzato il mostrare la (immaginaria) Arbus come una donna costretta dalle convenzioni sociali, moglie e madre modello, la tipica donnina benestante degli anni ’50 americani, che improvvisamente conosce l’altra parte del mondo e cambia radicalmente vita sbizzarrendosi con un bel cappottino composto da un’esplosione tricotica [Apelle, figlio di Apollo, fece una palla di peli di pollo, e tutti i peli vennero a galla per vedere la palla di peli di pollo].
La crescita interiore, così mostrata, sa solo di muffa.
Meglio sarebbe stato non insistere sulla vita grama della protagonista.
Notevoli le musiche jazz che rendono ancora più ipnotiche le immagini, e la bravura di Nicole Kidman ha davvero bisogno di commenti? Credo di no!

7/10


P. S.: i titoli di coda scorrevano è ho avuto una rivelazione: la Bestia, de “La Bella e la Bestia”, era affetta da ipertricosi…

mercoledì 25 ottobre 2006

"Happy Mania" n. 6

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Dopo aver combinato di tutto (come darsi un fracco di botte con Takahashi davanti ai parenti di lui), Shigeta pensa anche di sostituire la figura maschile che manca nella sua vita, con quella di una ragazza che si è innamorata di lei.
Come proceda l’eventuale relazione tra le due, meglio non dirlo - per chi soprattutto il manga non l’ha ancora letto.
“Happy Mania”, arrivato alla metà della sua durata (11 numeri in totale), sembra dovrà racchiudere tutte le casistiche d’amore che esistono in natura. Il problema però è: dopo averle provate tutte, Shigeta la finirà con quel suo comportamento stupido?
L’umorismo in questo numero è completamente assente, e questa ossessione nel cercare un fidanzato, a parer mio come già detto le volte precedenti, arrivati al numero 6 è ripetitivo.

P. S.: dal numero 7, “Happy Mania” diventerà bimestrale.
Ringraziamo la Star Comics.

sabato 21 ottobre 2006

"Brad Barron" n. 18 (ultimo numero) e "Slam Dunk Deluxe" n. 1


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Brad Barron n. 18 (ultimo numero): Un finale che chiude il cerchio in maniera troppo classica, per un fumetto che si voleva far passare per la rivelazione italiana e che doveva dare una svolta alla casa editrice Bonelli.
La lettera in seconda di copertina firmata da Sergio Bonelli non fa altro che sottolineare per l’ennesima volta gli strabilianti dati di vendita di questa serie; a questo punto, credo che ormai la redazione non si sia accorta che in molti, pur essendo insoddisfatti, hanno preferito continuare a seguire la serie per puro spirito collezionista, e non perché affezionatisi alla storia.
Troppi, come già riscontrato nei precedenti numeri, i riferimenti alla passata produzione fantascientifica, che rendono “Brad Barron” uno dei tanti.
Le quattro pagine conclusive ridicolizzano tutto il coraggioso percorso del protagonista: sobbarcatosi il salvataggio degli Stati Uniti, è additato dai concittadini come “star” a cui stringere la mano per poi vantarsi con gli amici, mentre sullo sfondo alcuni bambini giocano alla guerra con riproduzioni di pistoline aliene e maschere carnevalesche da Morb.
Tuttavia noto con piacere che i disegni sono davvero curati, ottimi, a differenza di quelli firmati da Avogadro nel n. 17; ma… era proprio necessario impelagarsi in tre, e dico T R E - Bruzzo, Celoni, Brindisi - per disegnare un solo albo da 98 pagine?
Cos’è? La Bibbia?

Ma ormai è tempo di salutarci, Brad.
Ammetto però che mi mancherà… il tuo giubbottino… di pelo di topo.

voto complessivo: 5/10


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Slam Dunk Deluxe n. 1: avevo sempre pensato a “Slam Dunk” come a un manga esclusivamente maschile, e mi sbagliavo di grosso!
Inoue, in questo manga datato 1990, non inserisce le tipiche sequenze in cui i protagonisti impiegano dieci-venti pagine per concludere una partita (una noia mortale, come succedeva in “Attacker You”), buttandotele lì giusto per contestualizzare la storia, ma, al contrario, le utilizza per far procedere e dare delle svolte alla trama principale e ai rapporti fra i personaggi.
I manga di genere “sportivo” non mi erano mai piaciuti per quel motivo, Inoue invece riesce a non far calare mai il ritmo del racconto, e le sequenza d’azione vere e proprio sono della lunghezza giusta e non superano il limite consentito oltre il quale ti sembra di vedere “Captain Tsubasa” (mi riferisco all’anime), poi è talmente divertente che solo i disegni riescono a farti ridere a crepa pelle.
Nascoste qua e là ci sono anche alcune “massime”, sempre pronunciate dalla dolce Haruko di cui il protagonista Hanamichi Sakuragi e follemente innamorato: dei consigli che ti spronano, ad esempio, a perseverare nei tuoi scopi perché, prima o poi, ogni sforzo verrà premiato.
Un connubio, quello “moraleggiante-comico”, che rende “Slam Dunk” una serie da non perdere, e - sorpresa - gli occhi dei personaggi non hanno il classico taglio occidentale ma, come in “Lone wolf & cub”, rispecchiano giustamente l’ambiente in cui si svolge la vicenda.

Qualche considerazione sulla veste grafica del manga: le tavole in alcuni casi sono sfocate; la decisione (imposta dallo stesso Inoue) di non tradurre le onomatopee e le frasi presenti al di fuori dei balloon, è più che giusta, peccato però che le note, identificate dal numero di pagina a fine volume, non siano molto utili dato che le pagine dell’intero manga non sono numerate (hai voglia a cercare la pagina 144…); in compenso ci sono molte pagine a colori (ma, anche lì, un po’ sfocate…).

domenica 15 ottobre 2006

"Box-car Bertha - Autobiografia di una vagabonda americana" di Bertha Thompson

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Tra la fuffa che le librerie accatastano alla bell’e meglio in un angolino defilato del negozio, ho trovato questo libro (portato a casa insieme ad altri due volumi per un totale di 6 € soltanto).
E’ il racconto autobiografico di quindici anni (dai primi anni Venti fino alla prima metà degli anni Trenta) trascorsi sulle strade d’America, con il principale intento di fare le più disparate esperienze, per sedare la voglia di conoscere e sapere tutto sui modi di vita dei “diversi”: sostanzialmente gli hobo (termine con cui gli americani chiamano i vagabondi e come questi ultimi si definiscono), i senza tetto, includendo poi le prostitute, i ladri e i delinquenti.
Sembra strano, ma Bertha - nata e cresciuta in una famiglia anarchica, liberale, contro ogni tipo di costrizione sociale, contro il matrimonio, favorevole all’amore libero e al controllo delle nascite - memore degli insegnamenti materni e della comunità hobo (che si potrebbe dire sia l’antesignana delle “comuni hippy”), fin da bambina aveva sempre avuto il desiderio di crescere e formarsi a contatto di questa gente; così poco più che quindicenne, nel 1921 (o giù di lì… non è ben specificato) parte con sua sorella minore Ena “all’avventura”.
Le due sorelle, inizialmente in coppia, poi separatamente dopo varie peripezie, attraversano l’America in lungo e in largo utilizzando di nascosto i vagoni merci (da qui il soprannome di Bertha: box-car è appunto il vagone merci), aggregandosi a uomini, gruppi di donne o in totale solitudine, fermandosi il tempo necessario per svolgere un impiego e racimolare qualche soldo, per poi ripartire subito senza mai pensare di mettere radici, nemmeno quando si è trovato il compagno della propria vita.
Le memorie di Bertha (scritte all’età di trent’anni) mettono in luce non solo lo spirito libero e anticonformista di questa gente, che fa della propria vita il vessillo della libertà, ma anche i lati bui e i compromessi a cui, per vivere in quel modo, gli hobo erano costretti a sottostare.
Su questo punto Bertha è molto esplicita: le donne, specialmente quelle che viaggiavano sole, per non incappare in spiacevoli incontri, si accompagnavano a gruppi di uomini, ma in realtà questi - nove volte su dieci - chiedevano in cambio prestazioni sessuali, e sinceramente non so delle due situazioni quale sia la meno peggiore…
Gli uomini finivano spesso per diventare dei mezzi balordi, e c’è da sottolineare che, oltre al ladroneggio e al proprio corpo messo in vendita in cambio di protezione, gli hobo dovevano sfuggire alla polizia che controllava i treni merci, alla galera assicurata come sovversivi, alle facili tentazioni come l’alcol e la droga, a una vita di stenti (non tutti infatti trovavano sempre il modo per campare “dignitosamente”).
La stessa Bertha, per sua ammissione, ci va giù un po’ troppo pesante con l’alcol, “dedizione” che le costerà cara in alcune occasioni, come la seguente che mi ha molto scioccata:

“Rimasi a bere senza sosta fino alle quattro del pomeriggio [in un bar dei bassifondi di New York, n.d.r.]. Poi mi addormentai. Quando mi risvegliai, ero in un letto, completamente nuda, insieme con uomo che aveva l’aria di un bruto. Il suo corpo era sporco. Si era tenuto le calze e gli alluci gonfi che spuntavano dai buchi parevano grigi, tanto erano sudici. Mi tirai su.
«Dove sono?» gridai terrorizzata.”

Questi orribili episodi però non segnano molto il buon senso di Bertha, ella infatti continuerà imperterrita nel suo viaggio di scoperta fino a diventare una prostituta per suo stesso volere, elettrizzata per la nuova esperienza.
I due mesi trascorsi in un bordello segneranno però indelebilmente la sua vita; le ci vorranno però altri otto anni da vagabonda per portare a termine il percorso spirituale e accrescitivo che le farà scegliere, al compimento dei trent’anni, una vita “normale”.

E’ un bel libro, forse un po’ romanzato in alcuni punti, ma che dà uno spaccato della società americana prima e dopo la Grande Depressione, vista dalla parte di chi ha scelto di andare contro lo Stato americano portando con sé però forti ideali e motivazioni valide (anche se Bertha cade in diversi controsensi… non entro però nei dettagli per non svelare nulla di più).
Non sapevo dell’esistenza di un vero e proprio movimento “anarchico” di questo tipo, sorto addirittura alla fine del 1800, e il libro è stato molto utile anche per la serie di documenti statistici e di indagine sociologica presenti alla fine del volume, e a cui Bertha fa spesso riferimento per dare un quadro generale del periodo in cui lei ha vissuto come hobo.
Martin Scorsese nel 1972 ne ha tratto un film, uscito qui in Italia col titolo “America 1929: sterminateli senza pietà”, che in realtà si ispira molto alla lontana alle vicende di Bertha Thompson.
Non sono però riuscita a trovare molte informazioni su questa donna dallo spirito rivoluzionario, sono quindi ben accette segnalazioni di tutti i tipi!


9/10