mercoledì 15 ottobre 2008

Estate 2008, le foto

A momenti è Natale e io non ho ancora dedicato un post alle fotografie delle vacanze in Valle d'Aosta. Quest'anno le ho trascorse oltre che con il moroso anche con mia sorella e il suo fidanzato.

Eccovi le più belle (o passabili, dipende dai punti di vista) in ordine cronologico [se ci cliccate sopra potete vederle in formato più grande].

[Ri-visita al castello di Ussel in un pomeriggio ventoso]

[sò io...]

[io e Luca]

[belvedere ai piedi del castello]

[prima gita:tempo non eccezionale ma il posto era bellissimo]

[arrivati nei pressi di una baita abbiamo fatto conoscenza con questo micino, talmente socievole che si è fatto felicemente spupazzare da tutti e in special modo da me e mia sorella, gattare maniache]

[gita a Courmayeur: paese tristissimo zeppo solo di negozi d’alta moda e di turisti finti amanti della montagna… no, non mi è piaciuta la visita, non foss’altro per l’atmosfera del paese e la splendida vista delle montagne vicine…]

[seconda gita: partiti tardissimo dato che la maggioranza ha voluto fermarsi a far colazione al bar -__- a metà strada ha cominciato a far caldo e ad essere afoso. Ecco perché…]

[…qui avevo ‘sta faccia]

[però guardate che posto!! - foto gentilmente concessa dalla sorella]

[la meta della gita: Falegnon, un paesino abbandonato un po’ spettrale]

[ultimo giorno di vacanza: visitina a Saint Vincent, dove c’è questa casina disabitata; non è bellissima???]

Bene, il viaggio è finito. Vi ho risparmiato gli aneddoti, le curiosità e gli acquisti fatti ad Aosta e per i mercatini ;-) [chi fosse interessato a questi ultimi può andare nell’altro mio sito, quello di cucito, dove a settembre avevo fatto un post specifico].

Intanto ho finito di leggere “E le stelle stanno a guardare” di Cronin – e non sono più sicura di inserirlo tra i miei autori preferiti in assoluto insieme a Carlo Cassola e Thomas Hardy, poi vi spiegherò perché – e proseguo con la lettura dei quattro libri delle Piccole Donne (attualmente ho appena iniziato il secondo volume, di questo passo finirò nel 2010 -_-). La Carey invece prende polvere.

A presto!

giovedì 25 settembre 2008

Leggere Lolita a Teheran

img140/1255/nafisixs6.jpgLeggere Lolita a Teheran

Azar Nafisi

Adelphi, 10 €

Attraverso un continuo rapportarsi con la letteratura occidentale, i suoi autori e i suoi personaggi femminili - talvolta maschili - di carta, Azar Nafisi analizza e confronta la condizione della donna iraniana negli anni della Rivoluzione spiegandoci che cosa accumuna quelle donne, lei stessa compresa, a Lolita, Daisy Miller e Gatsby (questi alcuni dei personaggi presi in esame insieme ai loro romanzi di riferimento).

Ne nasce più che un romanzo un saggio molto approfondito ed estremamente interessante; d’altronde l’autrice era già avvezza a testi di questo genere, essendo stata in Iran una fra le intellettuali e docenti universitarie donne più promettenti.

In questo libro la Nafisi non fa altro che rivolgersi ai lettori come ai suoi studenti iraniani di una volta, quando teneva per loro corsi di letteratura occidentale. Il suo amore per i libri, lo studio e la conoscenza la spinsero, quando la situazione di proibizionismo e dittatura nel suo paese d’origine era diventata assolutamente insostenibile, a fondare un seminario di lettura segreto in casa propria a cui parteciparono alcune tra le sue migliori studentesse.

Un corso d’approfondimento in cui i maschi erano banditi e in cui si sarebbe parlato solo di donne nella letteratura; e l’intento originario, discutere cioè delle diversità tra Occidente e cultura Islamica, venne “soppiantato” a poco a poco dai racconti e dalle domande esistenziali delle ragazze, dai loro dolorosi “perché?”, dalle loro speranze e dalla voglia e rivendicazione di vivere in una società che costringe in quattro mura le donne e punta il dito contro quelle istruite e che vogliono conoscere e sapere.

Ognuna delle ragazze del libro, e l’autrice stessa, finirono per essere in parte influenzate dai discorsi di democrazia ed emancipazione tenutisi durante il seminario: la maggior parte di loro cambiò radicalmente il proprio futuro, come la Nafisi che decise di trasferirsi definitivamente in America con la propria famiglia dove riprese ad insegnare ad altri studenti, questa volta occidentali, e a cui cerca tuttora di trasmettere l’amore per la letteratura.

Alla fine “Leggere Lolita a Teheran” è proprio questo: un inno alla letteratura, ai libri con le sue figure e storie, e contemporaneamente un inno alla femminilità e alla libertà in tutti i campi e saperi di vita.

Attenzione però: per chi cercasse un romanzo scorrevole e poco impegnativo direi che questo libro non fa al caso suo, io stessa consapevole della sua veste “saggistica” ho fatto non poca fatica a seguirlo.

9/10

P.s.: libro letto per la sfida di San Valentino.

mercoledì 10 settembre 2008

Libri con la pallosite acuta

Sono tornata da quasi due settimane dalla Valle d’Aosta [le foto, per chi fosse interessato, stanno arrivando], vogliamo subito passare a parlare degli ultimi libri letti?

Uno più brutto dell’altro. Eccoveli in ordine sparso (di bruttezza):

Comincerei con “Liberazione” di Sándor Márai [Adelphi, 16.50 €, regalo!] che, sfogliatolo il libreria mi aveva affascinata in maniera esagerata per un incipit che reputerei fra i più belli finora letti:

“La diciottesima notte dopo capodanno - il ventiquattresimo giorno dell'assedio di Budapest -, una giovane donna decise di abbandonare il rifugio in un grande edificio accerchiato nel cuore della città, di attraversare la strada trasformata in campo di battaglia e di raggiungere, in ogni modo e a qualsiasi costo, l'uomo che quattro settimane prima era stato murato, insieme a cinque compagni, in un angusto scantinato dell'edificio di fronte. Quell'uomo era sua padre (...)”.

Purtroppo le 161 pagine successive proseguono per concetti ripetuti più e più volte con le stesse parole e che vanno a formare sostanzialmente più un’analisi quasi saggistica alquanto noiosa della condizione psicologica dei prigionieri, delle vittime di guerra e dei carnefici stessi, che un romanzo storico basato sul racconto di due vite tra le tante trovatesi a sopravvivere fra brutalità disumane.

Leggerlo è stato, anche se veloce per la brevità del testo, più una forzatura che un piacere: non volevo lasciarlo a metà e già solo l’accenno a quel padre murato vivo mi aveva invogliato a terminare la lettura, non foss’altro per sapere almeno se fosse sopravvissuto o meno.

E con sorpresa sono stata ripagata dalle ultime venti-venticinque pagine in cui tutta la scarsità d’azione e la monotonia precedente vengono sostituite da un colpo di scena che ormai non mi aspettavo più.

Tuttavia non credo “Liberazione” sia un bel libro, anche se scritto molto bene e con profonda lucidità per dei fatti narrati quasi in presa diretta (Márai terminò il romanzo nell’estate del 1945), e anche a distanza di alcune settimane dal termine della lettura non trovo altre parole diverse da “noioso/poco stimolante” per definirlo.

A questo punto non credo leggerò altri libri dell’autore.

Il fine settimana appena trascorso mi ha vista invece tutta intrippata iniziare a leggere “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano [Mondadori, 18 €, me l’hanno prestato]. Osannato dalla critica che gli ha fatto vincere il Premio Strega 2008, deriso invece da una parte dei lettori è la storia incrociata di due persone sole dall’infanzia all’età adulta, fino a quando non si incontrano per caso ma siccome sono come due numeri primi che non si trovano mai vicini l’uno all’altro finiscono a essere come le rette che non si incontrano mai quando sono parallele, come i binari del treno e come probabilmente il mio interesse per Paolo Giordano, cioè nullo, ché il libro è partito gasatissimo con una prima parte bellissima ma poi si è perso verso le cagate da letteratura per adolescenti con lui che si picchia da solo perché e depresso e lei che non mangia perché è depressa e così tutti sono depressi. Insomma, che due palle. E per fortuna che me l’hanno prestato.

Altro libro e altra noia assicurata è “Vita” di Melania G. Mazzucco [Libri Oro, Rizzoli, 6 €, anche questo imprestatomi] letto per la Sfida delle donne autrici e che, guarda caso!, pure lui ha vinto il Premio Strega nel 2003. Sarò forse allergica ai libri che vincono quel concorso??? E’ un tentativo mal riuscito di biografia famigliare: la Mazzucco, basandosi sui racconti del padre, ha intrapreso un lungo percorso di ricerca e documentazione da cui è saltato fuori questo libro, appunto. Peccato che l’autrice abbia ritenuto opportuno intervallare la storia vera e propria a resoconti stile Lonely Planet delle sue ricerche tra archivi, escursioni sui luoghi, interviste, ecc... che sono di una noia abominevole. In più la storia degli antenati Mazzucco emigrati in America all’inizio del Novecento è completamente rimaneggiata da passaggi di fantasia a cui si aggiunge pure la presenza del soprannaturale e forse di E.T. che perseguitano il personaggio che dà il titolo al libro, e lo stile della narrazione lascia pure un po’ a desiderare così scialbo e inconcludente.

Così “Vita” poteva essere un bel libro sulla condizione degli emigrati all’inizio del Novecento ma purtroppo è solo un romanzo romanzato di una storia che “poteva” essere vera.

Dovrei parlarvi anche di “L’ètà dell’innocenza” di Edith Wharton, a cui spetterebbe la palma d’oro per la pallosità assoluta, ma direi di rimandare perché per oggi penso sia sufficiente così.

5/10 a tutti

sabato 23 agosto 2008

In partenza

Anche quest’anno tre settimane di vacanza a casa a far la muffa [ma ho letto più libri dell’anno scorso - sììììì, che goduria - e se va avanti così comincerò ad assomigliare ad un incrocio tra una talpa e un topo da biblioteca], e una soltanto fuori casa.

Stasera parto per la Valle d’Aosta e vengono con me "Liberazione" di Sándor Márai e "Vita" di Melania Mazzucco.

Sarò di ritorno il 31 agosto.

Un saluto a tutti!!!

Vi lascio con la recenZione dell’ultimo libro letto per la sfida delle scrittrici donne su Readers Challenge.

img93/7333/cmaygr1.jpgLa storia di Chicago May

Nuala O’Faolain (letto: Nolu Ofoulin)

Biblioteca della Fenice, Guanda, [regalo!]

Spinta da un impulso maniaco da Esselunga mesi fa avevo arraffato nel reparto edicola questo volume, accortami però del suo non esattamente esiguo prezzo di copertina l’avevo abbandonato al suo triste destino.

Poi però me lo sono visto arrivare in regalo. ;-B

E’ la vera storia di May Duignan, diciannovenne irlandese che nel 1890 si imbarca per gli Stati Uniti in cerca di fortuna.

Dopo varie peregrinazioni approda senza fissa dimora a Chicago, diventa la famigerata Chicago May e si mantiene vivendo di furti, truffe e prostituzione legandosi periodicamente a uomini balordi e maneschi con i quali scorrazza per mezzo mondo, isole comprese.

Seguendo le rocambolesche avventure di May basate sull’autobiografia scritta di proprio pugno nel 1928 e recuperata, rivisitata e approfondita dalla scrittrice Nuala O’Faolain, ci viene anche dato un quadro generale delle esistenze di chi, a cavallo dei due secoli, viveva ai margini della società.

La O’Faolain infatti alterna le vicissitudini di May a spiegazioni e aneddoti storici di quel periodo, facendo conoscere al lettore numerose altre esistenze di donne e uomini simili a Chicago May: tra i più famosi Etta Place, Eddie Guerin e Constance Gore-Booth.

In totale quarant’anni di vita sulla strada di May corrispondono a quarant’anni di trasformazioni di usi e costumi, curiosità e cronache dell’America dei bassifondi tra il 1890 e il 1928.

Nel libro sono anche illustrate le “funzionalità” delle carceri statunitensi, europee e delle colonie francesi: la stessa Chicago May finirà per spendere in totale quindici anni della sua vita in cella, di cui dieci tutti di fila in un carcere inglese in cui le condizioni di vita erano abominevoli tra sporcizia, malattie e possibilità di morire di inedia.

Uscita dal carcere e rispedita negli Stati Uniti il suo passato e quindi le possibilità del suo futuro vengono commentati così dall’autrice: “Non è più giovane, eppure con il passare degli anni non ha costruito niente”.

Non c’è dubbio che vivere un’esistenza come quella di May, fatta di alti e bassi tra ricchezza sfrenata e povertà desolante, amori emozionanti fatti anche di botte, viaggi per il mondo e conoscenze anche altolocate, sia stato appassionante e stupefacente; soppesando però i lati negativi di tutto questo - a mio parere, purtroppo, di gran lungaLa copertina dell'edizione americana - moooolto più bella maggiori rispetto a quelli positivi - non so se sia valsa la pena vivere così... anche perché la vita di May non finisce all’uscita dal carcere inglese ma prosegue ancora e ancora. Non dico cosa le capiterà di nuovo fino alla sua morte, ma leggerlo è stato avvilente.

D’altronde però mi capita sempre di pensare così, combattuta tra commenti esaltanti e altri invece più razionali, delle storie come quella di May Duignan.

Ne consiglio la lettura a chi si è appassionato a “Il petalo cremisi e il bianco” di Faber: vi ritroverà tutta quella ricostruzione storica approfondita, con l’aggiunta di stare leggendo una storia vera tra l’altro scritta in maniera molto scorrevole senza però dimenticare sensibilità e classe nel narrarla.

Un’altra donna di cui vi consiglio di leggere l’autobiografia è Bertha Thompson. Il suo libro si intitola “Box-car Bertha” ed inizia quando le memorie di Chicago May finiscono, e si protraggono fino alla prima metà degli anni ’30. Qui la mia vecchia recenZione.

8/10

domenica 17 agosto 2008

Memorie d'una ragazza perbene

img128/590/memorieragazzaxl2.jpgMemorie d’una ragazza perbene

Simone de Beauvoir

Einaudi Tascabili Scrittori, Einaudi [regalo!]

Primo approccio con questa scrittrice di fama mondiale per le sue teorie filosofico-femministe.

Avrei voluto iniziare a conoscerla partendo da “Il secondo sesso”, ma siccome mi è arrivato (in regalo) prima questo ho iniziato così dalla prima parte [di tre] dell’autobiografia della scrittrice.

Il volume tocca dall’infanzia ai vent’anni dell’autrice, trascorsi a cavallo della Prima Guerra Mondiale quando una donna doveva sottostare a rigidi canoni comportamentali ed etici: credere in Dio, aspirare ad una vita come moglie e madre, limitare pensieri propri e studi sconvenienti, frequentare solo determinate persone e, in pratica, assoggettarsi in tutto e per tutto al volere e agli ordini dei genitori, anche quando si ha ormai un proprio lavoro e deciso personalmente del proprio futuro.

A Simone tutto questo stava stretto e già da acerba adolescente si poneva quesiti e formulava opinioni molto d’ ”avanguardia”, sia per la giovane età sia per il periodo in cui cresceva.

Avida di sapere, di letture (incredibile la quantità di libri letti in soli vent’anni) e di novità riesce a convincere i genitori a permetterle di proseguire gli studi fino all’università e ad approfondire le conoscenze in campo filosofico, sua grande passione. Tutto questo però la porterà ad avere enormi e dolorose incomprensioni con entrambi i genitori, verso i quali sente di avere poca considerazione così come verso tutti i parenti e famigliari. Simone è diversa e troppo smaniosa di emancipazione per essere benvoluta e lei stessa si accorge di non rappresentare per la famiglia null’altro che un penoso fastidio.

Il rapporto conflittuale con i genitori condizionerà la sua crescita, nonostante Simone riesca a proseguire verso i suoi sogni; tutti gli anni dell’adolescenza e della prima maturità saranno segnati da profonde crisi e continui attacchi di malinconia e solitudine.

I suoi studi però proseguono brillantemente e il suo stile di scrittura è saldamente unito all’introspezione psicologica e ai concetti filosofici studiati ed elaborati da lei stessa.

L’autobiografia è così molto approfondita e nulla viene lasciato alla semplice memoria descrittiva: ogni passaggio ed avvenimento dell’esistenza della de Beauvoir è analizzato e ricondotto alla razionalità, allo scrutare i cambiamenti psicologici e alla crescita personale e spirituale della stessa.

Difficile quindi prendere questa autobiografia alla leggera, non è certo una lettura facile e di banale reminescenza, alla base c’è tutto quello che passava nella mente della de Beauvoir da giovane e il lettore non può tralasciare nulla. Altrimenti non capirebbe l’essenza di questa scrittrice.

“Ma i libri mi rassicuravano: parlavano, non dissimulavano niente; in mia assenza, tacevano; quando li aprivo dicevano esattamente ciò che dicevano (...)” - pag. 53.

8/10

[libro letto per la sfida delle autrici donne in Readers Challenge]