giovedì 3 giugno 2010

Cinema 2010 parte 2°

Scrivilo sui muri

Giancarlo Scarchilli, 2007

La borghese Sole, annoiata e trascurata dai genitori, in uno slancio vitale tenta il suicidio gettandosi dal sesto piano del condominio, viene però fermata dal writer Pierpaolo che passava di lì su un tetto.

Già tra i due c’è feeling e al ragazzo balena l’idea di introdurla nel suo gruppo di artisti di strada armati di bomboletta in scorribande notturne.

I writer tutti li odiano, e tanto per far passare questo film un prodotto educativo e di indagine sociale hanno pure inserito la dicotomia (‘mazza che parolone) tra buoni, i writer di cui sopra, e cattivi con la presenza dell’altro gruppo di disegnatori dal nome Zozziamo Tutto, già significativo di suo. Poi però per i buoni “rubare [le bombolette spray] è un fatto di coerenza”...

Il film ammorba e termina pure, nella versione dvd, con un finale alternativo dove ci scappano addirittura pure DUE morti.

4/10

I giorni dell’abbandono

Roberto Faenza, 2005

Margherita (Buy), che t’è successo???

Nella parte della moglie abbandonata e cornificata non eri per niente credibile, con quei monologhi isterici recitati in maniera imbarazzante; a Cannes nel 2005 il pubblico aveva fischiato a più non posso. E a ragione.

A un certo punto nella Torino del film arriva Natale ma siccome avete fatto le riprese ad agosto la neve è impossibile ci sia sugli alberi, vederla sintetica sul marciapiede non è uno scandalo ma che almeno vi foste accorti che nelle carrellate lunghe sulle strade del centro si vedevano in lontananza gli alberi VERDI e a momenti la gente in bermuda passare...

Ma poi perché, Margherita, quelle grottesche scene di sesso anale?

4/10

La febbre del sabato sera (Saturday night fever)

John Badham, 1977

Film generazionale di più di trent’anni fa in cui un gruppo di giovani figli di proletari immigrati cerca il riscatto sociale nella disco-music mettendosi in mostra sulla pista da ballo il fine settimana.

Questo film me l’ero immaginato più stile commedia, invece si parla di stupro-droga-disoccupazione-solitudine-rinunce-alcol-suicidio-violenza.

Favolose le coreografie accompagnate dalle canzoni dei Bee Gees, da vomito il doppiaggio italiano rivisitato e corretto recentemente. Meglio guardarselo in lingua originale (la nonna di Tony Manero parla in italiano!).

E che ridere nel rivedere certi abbigliamenti (un must i pantaloni a zampissima e attillatissimi degli uomini) e ricordarsi che nelle foto di famiglia mamma e papà in quegli anni erano proprio vestiti così.

8/10

The company

Robert Altman, 2003

L’impegno, le fatiche, i successi, l’ansia e gli amori di una compagnia di ballo diretta da un coreografo cinico, insofferente ed eccentrico.

L’essenza del film è tutta qui sopra in poche parole. L’azione è così tanto concentrata sulle coreografie e sulle prove dell’intero corpo di ballo che “The company” risulta essere IL film “corale” per eccellenza. Tanto da far precipitare nell’oblio tutti quei personaggi e le loro storie in meno di due secondi.

6/10

Addio mia concubina (Bàwáng bié jī)

Chen Kaige, 1993

Tre, e dico TRE, ore di tiritera in salsa cinese.

n. c.

Liberi

Gianluca Maria Tavarelli, 2003

Quando il papà di Vince (Elio Germano) perde il lavoro tutta la famiglia entra in crisi. La madre decide di trasferirsi a Pescara e d’estate anche Vince la segue per lavorare in un ristorante. Lì conoscerà Genny.

Si parte come film di denuncia nel mondo del lavoro, si passa al come guarire dalle paturnie psicotiche, si finisce per un filmetto mediocre semi-adolescenziale di scopate in riva al mare e tradimenti di coppia (tra l’altro tutti ad opera femminile).

Elio Germano, bravissimo sempre, qui invece precipita con tutto il contorno di luoghi comuni e che pena la scelta di inserire “I will survive” come commento principale a tutto il film...

4/10

martedì 18 maggio 2010

Cinema 2010

La prima cosa bella

Paolo Virzì, 2010

Storia di Anna costretta dalle circostanze della vita a mandare avanti la famiglia da sola, ma sempre col sorriso sulle labbra e pronta a qualsiasi sacrificio pur di far stare bene e sistemare decorosamente l’unico suo sostegno emotivo: i figli.

Figli che però cresciuti avranno diversi problemi, tristezza cronica, insoddisfazione nella vita di coppia... tutto per via di quell’ingombrante presenza materna che anche ormai vecchia, dopo tanti anni, e sul letto di morte riesce ancora a sorridere radiosamente alla VITA.

Una gran bel personaggio femminile quello di Anna, un’eroina malinconica che tra moltissime difficoltà e nei momenti più duri ha sempre una parola di conforto per chiunque.

A parte la caratterizzazione di questo personaggio e avendo in mente film come “Caterina và in città” oppure “Ovosodo” ammetto però che questo film non mi ha impressionato emotivamente poi molto, le tematiche sono un po’ trite e già viste nei film precedenti di Virzì [disadattamento dell’adolescente, abbandono del padre dal nucleo famigliare, violenza psicologica, insofferenza generale] e la commozione provata dai tanti spettatori in sala a me mi ci ha fatto un baffo...

6½/10

Ricky - Una storia d’amore e libertà [Ricky]

François Ozon, 2009

Kathie vive con la piccola figlia di 7 anni in una non ben identificata periferia francese in un essenziale appartamento situato in un orrido palazzone popolare, è operaia in catena di montaggio in una fabbrica chimica e cresce (anche lei) sola la figlia dopo che anni a dietro il compagno se ne era andato definitivamente di casa.

Un giorno il monotono e ripetitivo tran-tran lavorativo viene scosso dall’arrivo di un nuovo operaio: lo spagnoleggiante e irsutissimo Paco.

Tra Kathie e Paco inizia una storia d’amore e il concepimento del piccolo Ricky stempera all’improvviso i toni deprimentissimi e cupi che la pellicola aveva avuto fino a quel momento.

Un po’ di ironia e qualche risata entrano nella trama per via della strana conformazione fisica del bambino: a Ricky spuntano due alette (di pollo?) che modificheranno inevitabilmente l’equilibrio della famiglia.

Il perché delle ali non l’ho capito e del resto non c’è spiegazione nel film anche se in rete ho scoperto che la sceneggiatura è tratta da un racconto della scrittrice Rose Tremain dove si collegano le ali a una tematica religiosa [libertà, serenità, e tutta quella roba lì]. Ma nel contesto del film non riesco a capire nemmeno così il nesso, comunque dallo spuntare delle ali il film cade nel surreale e nel grottesco un po’ sopra le righe, tuttavia recupera nella commovente ultima sequenza dove tutto si appiana e la favola termina con un lieto fine.

7/10

Mine vaganti

Ferzan Ozpetek, 2010

Due fratelli tengono da tempo nascosta la loro omosessualità, e in concomitanza con il passaggio di proprietà del pastificio di famiglia a entrambi balena l’idea di ammettere finalmente le proprie inclinazioni sessuali a genitori e parenti molto “conservatori”... Si innescheranno così rivalità, incomprensioni, equivoci e rimorsi.

Dopo l’abbattimento per “Il giorno perfetto” uscito nel 2008, Ozpetek si è almeno ripreso un po’ di ritmo e vivacità anche senza discostarsi dai suoi soliti temi; qui si vuole smontare i pregiudizi e i luoghi comuni su omosessualità e rapporti famigliari in maniera molto divertente - soprattutto quando entrano in scena i diversi prototipi di gay e i genitori dei due protagonisti cercano di difendere l’onore della famiglia di fronte allo scontato moralismo del paese.

Il finale introspettivo e lacrimevole è d’uopo.

6½/10


Cosa voglio di più

Silvio Soldini, 2010

Quando si ha un tenero compagno, una casa, un lavoro per il quale si è stimate, la vicinanza di tutta la famiglia di origine... cosa si vuole di più?

Anna invece quando incontra Domenico scopre per la prima volta cos’è la passione vera ed è disposta a mettere tutto in discussione per stare con lui.

Finalmente un film dove i personaggi e le situazioni rispecchiano pienamente la vita di un italiano medio del nuovo secolo: qui non ci sono appartamenti sconfinati dove una colf vaga in divisa con la spazzetta in mano - qui ci sono minuscoli appartamenti che si affacciano su zone periferiche in perenne sviluppo e gru in lontananza; qui non ci sono macchinoni da manager con cui la casalinga disperata va a prendere i figli a scuola - qui le macchine sono delle utilitarie scassatissime e sfrisate, e si va al lavoro in treno da pendolari; qui i lavori di ristrutturazione in casa ci si ingegna per farseli da soli e prendendo il necessario al Castorama; qui se uno ha un’amante non va nella villa di campagna dell’amico, ma sgancia 50€ per le prime quattro ore di sesso in un motel in tangenziale dove all’entrata ti chiedono i documenti; qui alla sera al rientro a casa dopo il lavoro si devono fare i conti con le bollette da pagare e con le spese improvvise che mettono l’angoscia. Ma ecco che (soprattutto per il protagonista maschile) l’occasione di una fugace storia d’amore può sviare dalle preoccupazioni quotidiane e creare una routine a sé dove si è solo con il partner e zero scazzi...

Questo e altro viene raccontato nell’ultimo film di Soldini dove secondo me, aldilà della storia di adulterio, è anche interessante vedere come i personaggi non sono stereotipati e come tutto è credibile fino all’ultimo, comprese le scene di sesso.

8/10

Dear John

Lasse Hallström, 2010

John e Savannah si conoscono per caso nell’estate del 2001, lei è una giovane studentessa appassionata di psicologia e lui un militare in licenza. Nell’arco di due settimane sboccia l’amore ma lui non può fare altro che rimettersi la divisa e ritornare in missione per un anno ancora di reclutamento.

Siamo agli inizi del boom tecnologico quindi - grazie a dio - non ci sono i telefonini e i ragazzini del film si divertono con il Game Boy, la plebe non sa nemmeno cosa siano le video chiamate e di conseguenza John e Savannah durante quell’anno di lontananza si scriveranno delle semplici lettere per tenersi in contatto.

Una tenera, genuina e commovente storia d’amore dove il sentimento novello è però destinato a soccombere al patriottismo americano. Così nella trama si inseriscono anche altri temi: il rapporto con i genitori, la malattia, il divorzio, la morte, la disabilità... uau che allegria... però è tutto talmente toccante, pacato che si rimane immancabilmente coinvolti.

I giovani vi troveranno spunti notevoli come l’avvicinarsi alla religione, l’importanza della coerenza, il donarsi all’altro solo seguendo certi valori morali.

E pensare che se avessi saputo prima che la sceneggiatura è tratta da un libro di Nicholas Sparks al cinema non ci sarei andata manco morta.

8/10

martedì 30 marzo 2010

Smaltire gli arretrati

Gli ultimi film visti nel 2009 (era ora, visto che fra poco è Pasqua... del 2010).

Il giardino di limoni (Lemon tree)

Eran Riklis, 2008

Due donne diversissime per estrazione sociale e soprattutto per nazionalità - una, vedova palestinese, vive del solo sostentamento della sua piantagione di alberi di limoni; l’altra è la moglie del Ministro della Difesa israeliano sempre indaffarata ad organizzare cene e feste lussuose - finiranno per sentirsi empaticamente vicine quando la prima sceglie di andare contro la politica, il potere e i soprusi per evitare che i suoi alberi vengano recisi per decisione del Ministro di cui sopra.

La situazione, già spinosa così, si complicherà ulteriormente quando la vedova inizierà una relazione dai toni melò con l’avvocato che la aiuta nella battaglia.

Alla fine del film non ci sono vincitori, gli uomini (l’avvocato e il ministro) piegano il loro volere alle convenzioni imposte dalla società, al successo e al denaro; le donne, dopo tante giuste lotte, finiscono per essere anche loro vittime dello stesso sistema rimanendo sole come e forse più di prima.

Non c’è proprio pace.

7/10

District 9

Neil Blomkamp, 2009

Gli alieni sono tra noi, vivono dagli anni ’80 a Johannesburg segregati nel Distretto 9 - una favelas, baraccopoli, campo di concentramento tra denutrizione, sporcizia, violenza e mafia aliena - ma ora è arrivato il momento di cacciarli.

Un ricercatore dal cervello un po’ pompato dall’ego finisce per diventare suo malgrado il paladino della rivendicazione dei diritti di quegli alieni maltrattati, e il film diventa così una retorica denuncia nei confronti del razzismo ai danni degli immigrati (impersonificati appunto con gli extra-terrestri) e un’accozzaglia di effetti speciali con sbudellamenti e sparatorie a brucia pelo.

I due generi - etico e fantascientifico - in questo caso non vanno molto d’accordo...

4/10

Woodstock - Tre giorni di pace, amore e musica (Woodstock)

Michael Wadleigh, 1970

Il 21 agosto del 1969 mezzo milione di giovani si riunirono nel terreno di una fattoria nelle vicinanze di Woodstock per celebrare sedici ore di pace, libertà, amore e musica.

Il documentario segue fin dai primi momenti organizzativi la creazione del Festival, dal lavoro dei tecnici e i manovali fino all’arrivo dei primi giovani da tutta America; quando il concerto inizia la folla continua ad arrivare fino ad intasare tutte le strade statali del circondario con conseguente fastidio degli abitanti del posto.

Tra le sequenze che ripropongono i cantanti e le band che si alternarono sul palco di Woodstock si può assistere anche alle paranoie di chi era affetto da sostanze stupefacenti, a Richie Havens senza denti, alla nascita di un paio di bambini, all’acquazzone che rese tutto una montagna di fango, a Joan Baez in attesa di suo figlio, ad interessantissime interviste fatte direttamente agli spettatori da cui emergono i loro intenti di partecipazione all’evento, a scene di vita quotidiana tra un bagno nel lago e la fila per un panino...

Alla fine il documentario si chiude con le decadenti immagini degli ultimi rimasti che vagano fra gli oggetti dimenticati tra poltiglie di rifiuti.

Tutto sommato non era esattamente così che mi sarei aspettata di vedere finire IL documentario per antonomasia su Woodstock, però restano i bellissimi ideali di una generazione votata alla pace, la loro musica e una tecnica di ripresa e montaggio in anticipo sui tempi: ci si trovano tantissimi spunti che verranno poi ripresi nell’arte di “fare video-clip” (come le immagini suddivise contemporaneamente in più riquadri).

9/10

Baarìa

Giuseppe Tornatore, 2009

L’ultimo film di Tornatore è un affresco sulla Sicilia degli ultimi cinquant’anni attraverso il racconto biografico di una famiglia di Bagheria.

Però ricordo con piacere solo i trailer visti in tv - dove la scelta di mostrare in sequenza immagini mute accompagnate solo dalla colonna sonora è stata azzeccatissima - e la stessa colonna sonora firmata da Ennio Morricone; perché purtroppo i 150 minuti di film mi sono sembrati una pubblicità patinata sparata in loop sulla Sicilia di altri tempi.

6/10

Twilight

Catherine Hardwicke, 2008

Eccolo pure nella mia lista di film visti nel 2009: “Twilight” non ha proprio bisogno di introduzioni, tutti sanno cos’è e di cosa parla e della sua relazione diretta con la saga scritta da Stephenie Meyer. Le connessioni però con il bel (sì, lo ri-ammetto) libro originale prendono però al cinema una piega un po’ ridicola, dalla recitazione troppo impostata e ammiccante, ai tagli e alle invenzioni di trama create appositamente, ai capelli di cemento alla Big Jim di Carlisle, alla scena della partita di baseball in cui agli attori era stato detto “Fate i fighi e credeteci! Ciaaaak!”, alla ridicolissima lotta tra James e Bella, ma soprattutto la cosa sorprendente è la totale mancanza di tensione emotiva in Edward che pure sta vivendo una situazione affettiva molto difficile e tentatrice.

Il film quindi è adatto a teen-ager in preda a turbe ormonali che potranno così trovare una “valvola di sfogo” in Robert Pattinson, per tutti gli altri che hanno amato il libro direi di lasciar perdere.

4/10

venerdì 5 marzo 2010

Isabel Allende | Wilson Tucker

Ritratto in seppia

Isabel Allende

Economica Feltrinelli, Feltrinelli, [regalo!]

Secondo capitolo della saga scritta non in ordine cronologico della famiglia del Valle e di tutti i suoi trisavoli e discendenti. La voce narrante è in questo episodio quella di Aurora del Valle, nipote di Paulina del Valle e cugina? zia? mmmh, non riesco a trovare il nesso di parentela... beh, imparentata con la chiaroveggente Clara del Valle de “La casa degli spiriti”.

Mi sono trovata rapita nella lettura per le prime 30 pagine, poi l’insofferenza ha preso piede praticamente fino alla fine del libro a causa di una sostanziale prolissità di argomenti affrontati (la guerra tra Cile e Perù prima, la Guerra del Pacifico poi, i dissapori famigliari, l’emancipazione femminile in contrapposizione a un bigottismo sia religioso che politico, la nascita della fotografia, le ultime scoperte mediche in Europa, il traffico di bambine nei quartieri cinesi del Cile, le passioni amorose...) e di uno stile di scrittura che ha perso di fascino, è banale e sbrigativo nell’introspezione psicologica, tara che tende così a far risultare la storia come un lungo resoconto famigliare senza troppo impegno e sentimento.

Ricordandomi poi della produzione letteraria passata della Allende (ad esempio: La casa degli spiriti, D’amore e ombra ed Eva luna), ho dovuto constatare a malincuore che i temi trattati ormai sono sempre gli stessi e che quindi sono VENTICINQUE ANNI che la Allende riprende, taglia, riattacca e sistema i soliti argomenti-personaggi-ambienti-fatti.

Adesso ho capito perché erano dieci anni che non seguivo più questa autrice...

5/10

Il lungo silenzio

Wilson Tucker

Fanucci, fuori catalogo da millenni - recuperato in biblioteca

Tanto per ricordarci costantemente che il 2012 è alle porte e che moriremo tutti, il libro che ho letto di recente sul genere apocalittico-nucleare narra dello sfortunato e imprudente caporale Russel Gary che, risvegliatosi da un coma etilico, scopre che durante le ore del suo letargo una parte d’America è stata bombardata con armi batteriologiche e messa in quarantena e che per lui fare ritorno dall’altra parte del Mississipi, dove la vita procede normalmente, sarà impresa decisamente ardua...

Certo non eccelso e suggestivo quanto “La strada” di McCarthy (capolavoro!), “Il lungo silenzio” supera comunque i limiti della narrativa degli anni ’50, ormai un po’ sorpassata dai tempi, e dipinge con grande visionarietà scenari di distruzione e desolazione molto forti e angoscianti. Risente un po’ però di fastidiosi stereotipi nel descrivere i personaggi dividendoli categoricamente in due gruppi, donne e uomini: le prime sono ninfomani tentatrici che vanno usate per soddisfare i più biechi istinti sessuali e poi abbandonate lungo la strada; i secondi incarnano invece il tipico super uomo che ne sa più del diavolo e che riesce a districarsi da qualsiasi tipo di situazione difficile, mentre le donne sono attaccate a idee materiali e senza furbizia.

Una distinzione così netta non mi è piaciuta, è falsata e mostra chiaramente come la caratterizzazione dei personaggi sia assai scarsa; sembra che per Tucker il mondo sia popolato solamente da marines senza scrupoli e da stupide pin-up...

Ad ogni modo ne consiglio la lettura per l’ultima parte del racconto quando l’impavido Russell Gary, stufo dell’isolamento imposto, decide che è ora di trovare un modo per attraversare il Mississipi e tornare a casa; qualcosa però va storto e il finale si avvicina molto a quello che scriverà McCarthy cinquant’anni dopo ne “La strada”, solo che qui speranza proprio non ce n’è e gli uomini sono abbandonati a loro stessi senza possibilità di coalizzarsi in gruppi per superare le difficoltà.

7½/10

sabato 27 febbraio 2010

Furore | Il gioco del trono | Il gusto del cloro

Furore

John Steinbeck

Best seller Tascabili, Bompiani, 9.50 €

La famiglia Joad, poverissima e senza più casa, parte su un furgone scassato dall’Oklahoma per raggiungere la terra promessa: la California, dove si dice che c’è abbondanza di lavoro, ricchezza e dignità per tutti, unico posto vivibile in quello sfacelo della Grande Depressione.

I Joad percorreranno la famosissima Route 66 fra difficoltà immani e privazioni di ogni tipo, mentre la famiglia si disgrega, la tensione diventa sempre più palpabile e l’approssimarsi delle verdi e rigogliose terre californiane rivela in realtà che il sogno di una nuova vita dignitosa è e resterà, appunto, solo un sogno.

All’impresa di questa famiglia il libro affianca capitoli pedagogici sulla situazione politica ed economica dell’America di quegli anni, capitoli in cui prosegue la descrizione della perdita della speranza e del montare dell’odio tra persone sfruttate e sofferenza persistente, scenari tristi e desolanti di un passato attualissimo.

8/10

Il gioco del trono - Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco vol. 1

George R. R. Martin

Le grandi saghe Fantasy, Urania, 7.50 € [edizione conforme all’originale americano, si trova solo in edicola]

Il tomo primo di questa saga mi ha accompagnata per tutta l’estate e l’autunno del 2009, lunghissime sono state le ore di lettura (sé vabbeh, lo ammetto che ho letto nel frattempo anche un sacco di altre cose, come mio solito...) ma mi sono sorpresa nel constatare che, pur non amando le epopee infinite suddivise in “quattrocento” volumi (per arrivare a leggere la parola fine de Le Cronache dobbiamo aspettare ancora un imprecisato numero di volumi), questa serie fantasy mi ha tenuta incollata alle pagine.

Numerosissimi sono i personaggi e gli intrecci che li vedono protagonisti in intrighi di corte, politici e sentimentali; tutto nel mondo dei Sette Regni è complesso: dalle descrizioni di ambienti, vestiario, azioni belliche, alle dinastie e ai casati regnanti e non - con tanto di appendice in fondo al volume per rinfrescare la memoria su chi sia quel cavaliere piuttosto che quella ragazzina - fino ad arrivare al punto forte del libro, cioè le psicologie dei protagonisti davvero realistiche e attraverso le quali impari a conoscere ognuno di loro, caratteristica che ha giovato a favore di questo primo capitolo dato che non mi aspettavo da un “fantasy” con presenza (seppur irrisoria e sporadica) di draghi e magia nera una tale profondità e meticolosità nella messa in scena di personalità così sfaccettate.

Altra particolarità di questa serie sono le scelte attuate dall’autore in merito alla fine dei suoi personaggi, se uno di loro deve morire non aspettatevi che questo venga prontamente salvato in extremis... no, nelle Cronache questo non succede, di conseguenza niente è scontato.

E l’incalzante alternarsi dei punti di vista, in base ai quali vengono poi suddivisi i capitoli del libro, ti spinge ad andare sempre più in là, ancora più in là durante la lettura; cosa succederà a Tyrion rinchiuso nell’allucinante prigione di casa Arryn? E la giovane Arya, rimasta sola con l’unica difesa del suo spadino di legno? Per non parlare di quella caga cazz... oh, scusate... di quella insopportabile Principessa Daenerys, al momento il personaggio più odiato della serie ma che inspiegabilmente attendevo con curiosità di rincontrare tra le pagine della storia, vuoi per il suo passato travagliato e la presenza di un fratello despota e quasi pazzo, vuoi per il suo inserimento in un clan di “selvaggi” così distanti da lei, ma non sicuramente per il suo carattere un po’ frignone...

Questo è quanto, ricordatevi però una cosa: come è scritto a pag. 775 qui “non ci sono eroi”, perché “nella vita sono i mostri a trionfare”. Ecco, qui in sostanza di guerrieri invincibili non ne troverete. Troverete solo un mondo di uomini che vivono o sopravvivono ad eventi creati e condizionati da loro stessi.

In totale, la vita vera.

9/10

Il gusto del cloro

Bastien Vivès

Black Velvet, 18 € [sono tanti ma sono spesi bene!!]

Verruche? Qui non si prendono.

In una piscina pubblica due giovani ragazzi si incontrano per caso. Non sappiamo i loro nomi e i loro appuntamenti settimanali si basano soprattutto sul linguaggio corporeo che su grandi discorsi per conoscersi meglio.

L’atmosfera ovattata e tranquilla che dà l’acqua e la costruzione stessa delle tavole mono colore (verde acqua) ti danno l’impressione di star davvero galleggiando con i due protagonisti nella stessa piscina.

Bellissima e da apnea la sequenza finale dove entra in gioco anche un po’ d’irrealtà...

Aspetto con impazienza il seguito (“Dans mes yeux”).

9/10