domenica 11 novembre 2007

Libri di noia e libri di punk

img150/5809/angells1.jpg

In venticinque parole:

Lei disperata gli chiede “Ci rincontreremo?”, lui noncurante farfuglia. Poi sospirando convolano a nozze. Ma lui tragicamente muore... lei lo bramerà per sempre.

Che palle.

5/10

Angel

Elizabeth Taylor

Neri Pozza, € 16.50

P.S.: questo libro fa parte della lista scelta per la “Book to movie challenge”. Clicca.

img150/8841/costrettigy5.jpg

A metà tra un saggio e un romanzo autobiografico, l’autore ripercorre gli anni a cavallo tra il Settanta e l’Ottanta quando il fenomeno punk arrivò in Italia e lui, poco più che adolescente, ne prese parte attivamente.

Marco Philopat cerca di spiegare cosa c’era oltre alle creste di capelli decolorati, alle borchie, ai poghi forsennati e allo stile di vita dissoluto; elementi superficiali che non bastavano a far comprendere, per chi li osservava al di fuori, le vere ragioni e gli ideali culturali-politico-sociali che spingevano i giovani di allora a lasciarsi alle spalle, anche ad un’età davvero troppo giovane (quattordici, quindici anni), i genitori, la scuola, il lavoro e a vivere in comune portando avanti teorie e principi radicali e anche un po’ utopistici.

Lo stesso Philopat, nei primi mesi della sua adesione al punk, sembra ammettere fra le righe che da quindicenne era solo attirato dall’aspetto esteriore del fenomeno; col passare del tempo, crescendo con gente che già da tempo seguiva quello stile di vita, comprende però appieno cosa vuol dire “essere punk” e la sua militanza diviene sempre più partecipe e consapevole, fino a diventare uno dei membri fondatori di tante iniziative della scena milanese.

Il romanzo segue, di conseguenza, anche l’evolversi dallo spaccato musicale punk, ma si dovrebbe specificare che il libro ripercorre quasi esclusivamente la cornice milanese, essendo l’autore nato e cresciuto a Milano, con brevi incursioni sullo scenario di qualche città italiana che in quel periodo stava assistendo alla stessa diffusione.

Davvero interessante è quindi (ri)scoprire i gruppi musicali più importanti che spopolavano a Milano, e che con i loro testi erano estremamente collegati all’attivismo dei collettivi punk, essendone in tutto e per tutto un’estensione.

Peccato che negli ultimi due capitoli la narrazione diventi molto vicina a un elenco sintetico degli avvenimenti della vita di Philopat e dei compagni fino allo sgombero della casa occupata in via Correggio a Milano, centro di tutto il movimento fino al maggio 1984. Resta comunque una parte conclusiva interessante e divertente per i suoi sprazzi di ironia presenti in tutto il testo, ma comunque troppo frammentaria.

Da segnalare il bizzarro e innovativo (bizzarro per noi che negli anni ’80 eravamo ancora troppo piccoli...) metodo di scrittura, spiegato così dallo stesso Philopat: “(...) nella narrazione infatti non vi sono né punti né virgole, come avviene naturalmente nelle conversazioni, un flusso di coscienza spezzettato simile al balbettio di un oratore concitato. (...) Non esistono segni grafici, solo ritmo, pause e intonazioni, spetta a chi ascolta il compito di interpretarle. Un modo, mi auguravo, per dare più importanza alle parole, dove il sangue poteva finalmente scorrere fra le righe.”

Aggiungo io poi che questo stile di scrittura era uno dei metodi più utilizzati nelle punkzine dell’epoca [riviste di diffusione culturale punk].

Consigliato a chi vuole approfondire l’argomento, perché magari pensa che i punk sono quelli che ieri pomeriggio a visto in fiera di Sinigallia a Milano... niente di più sbagliato: quelli sono solo una penosa emulazione.

8/10

Costretti a sanguinare. Il romanzo del punk italiano 1977-1984

Marco Philopat

Einaudi stile libero, Einaudi, € 13.50

E tanto per non dimenticarcela: Jo Squillo [che ha sempre frequentato la casa di via Correggio] con “Violentami” nel programma “Azzurro” del 1983.

Potrebbe provocare grasse risate il testo e sfottimento a iosa il modo in cui lei canta (tra l'altro in play-back), ma c’è da precisare che il testo è come non mai attuale, dato che quegli anni avevano visto un aumento spropositato di violenze sulle donne nei mezzi pubblici... poi se lei canta un po’ male e la musica di base ricorda vagamente "Blitzkrieg Bop" dei Ramones, non importa, è il concetto che conta.

Peccato poi Jo Squillo sia finita a fare la show-girl in minigonna...



lunedì 5 novembre 2007

Lucca Comics - 3/11/2007

H7:00 - con gli occhi cisposi siamo già in viaggio da un po’.

img258/9782/01mq5.jpg

[campagna nella nebbia]

h 8:30 - in tangenziale verso il casello autostradale.

img258/4299/02zv6.jpg

[il sole sorge...]

Il viaggio prosegue tranquillo con dei lunghi tratti di autostrada deserti: il nulla davanti, il nulla dietro, ma con la bellissima vista delle colline toscane ricoperte d’alberi con le foglie dai classici colori autunnali.

img219/5377/03na5.jpg

[una torretta diroccata vista dall’autostrada]

h 10:30 - siamo a Lucca! L’interminabile fila al casello d’uscita già ci fa prevedere la fiumana di gente che avremmo trovato alla fiera e, soprattutto, gli sbattimenti che ci saremmo dovuti sorbire per trovare un buco libero per parcheggiare la macchina.

MA accortici che tutto il traffico si dirigeva seguendo i cartelli della fiera, pensiamo sia meglio arrangiarci a modo nostro e cercare un posteggio dalla parte opposta delle segnalazioni: tempo cinque minuti e - taaaac! - macchina parcheggiata perfettamente, stiamo già zampettando verso il centro storico seguendo le indicazioni di una vecchietta.

La fiera - non so gli altri anni com’era dislocata - quest’anno era divisa in undici padiglioni sistemati in tutto il centro di Lucca, per cui insieme al biglietto ci è stato consegnato un braccialetto giallo da mostrare all’entrata di ogni padiglione (ché da solo il biglietto non valeva!).

Visitiamo per prima cosa il padiglione n. 10 dove abbiamo acquistato i biglietti, talmente strapieno di gente e puzze da far mancare l’aria. Avvistiamo lo stand del disegnatore Ciruelo e quello di una coppia inglese che dipinge soggetti fiabeschi e mitologici - Wendy e Brian Froud, ma la ressa e troppa (e pure le puzze) così attraversiamo di corsa, o meglio, a passo di lumaca tutto il padiglione verso l’uscita decidendo di ritornarci più tardi quando tutti, si presume, stiano mangiando.

Nei padiglioni era impossibile fare foto di qualsiasi tipo: spallate, culate, spintoni e maciullamenti tipo scatola di sardine. Era già tanto avvicinarsi ai banchetti degli stand sempre sgomitando.

Quindi i cosplay visti nei padiglioni non ho potuto immortalarli. Merita menzione, tra quelli visti lì dentro, quello bellissimo di Ren e Nana Osaki: erano identici!!! Con tanto di custodie per chitarre in spalla, chiodo nero e catene.

Abbiamo visto però Luca Enoch, Licia Troisi, Gipi, Toffolo, Vanna Vinci, i già citati Ciruelo e Froud, alcuni disegnatori della Bonelli a noi sconosciuti, più altri che ora non ricordo...

Percorrendo le viuzze tra un padiglione e l’altro, ecco i cosplay più belli:

img219/2610/04ya4.jpg

img219/3503/05ch4.jpg

[Thrall]

img225/285/06fj3.jpg

[Spade lucenti, cavalli al galoppo...]

img134/1238/07ce3.jpg

[Maria Antonietta!]

img134/7171/08zx1.jpg

[rievocazione di Star Wars - 1]

img106/671/09oq4.jpg

[rievocazione di Star Wars - 2]

img442/8687/10dp7.jpg

[rievocazione di Star Wars - 3]

Bilancio delle ricerche manghesche/fumettare fatte:

- “Blankets” di Craig Thompson [mia sorella ha l’edizione ridotta edita da La Repubblica, abbiamo così deciso che era il caso di avere quella “vera”...]: è in corso di ristampa, uscirà per dicembre.

- “Monsieur Jean - Felici, anche se non sembra” n. 2 di Berberian e Dupuy [ho il primo e il terzo volume, mi mancava questo]: introvabile. E che chezz...

- “Lady Oscar” di Riyoko Ikeda n. 2-5-7-13-16: E-S-A-U-R-I-T-I. E adesso come faccio a terminare la serie??????

- “Quando non c’era la televisione” di Yvann Pommaux: sapevo che costava più di 20 €, ma visto dal vivo il libro non ne vale poi così tanti.

- “Mayme Angel” n. 1 di Yumiko Igarashi [il fumettaro da cui mi rifornisco non è mai riuscito a trovarlo]: preso!!! Anziché 6 €, allo stand della Star Comics me l’hanno lasciato a 5.

- “Il volo del corvo” n. 1-2 di Gibrat: l’editore non partecipava alla fiera... -__-'

Come avete letto, le ricerche sono state praticamente inutili :-/ a parte l’aver trovato il primo numero di “Mayme Angel”.

Volevo prendere il primo numero di una serie che non conoscevo e che avevo visto allo stand dell’editore di “Elizabeth” di Riyoko Ikeda e Erika Miyamoto: “Casino” illustrato da Leone Frollo - dieci numeri tutt’ora in corso di pubblicazione al prezzo di copertina di 9.50 €. E siccome erano un po’ cari, a costo di fare la figura della taccagna, confesso che non ho preso nemmeno il primo numero (grazie Luca! >:-/)...

I giri per i padiglioni sono stati un tuor de force, alle 15:30 avendo esaurito tutti gli stand da visitare - compresi quelli di gadget e cazzatine varie - abbiamo deciso di gironzolare per la città, che ci è piaciuta così tanto che sicuramente ci torneremo per visitarla con più calma.

img218/7944/11cj7.jpg

img406/909/12ic5.jpg

img442/4139/13pk9.jpg

img218/9504/14gs7.jpg

img442/1637/15ig2.jpg

[un micio]

Verso le 17:00 siamo ritornati verso il primo padiglione in cui c’erano Ciruelo e i Froud. Io ho acquistato una stampa di un’illustrazione di Brian Froud (preferisco i suoi disegni, a quelli della moglie Wendy) e ho chiesto - cioè, ha parlato il mio moroso in inglese per me, io mi vergognavo :-P - se potevo farmelo autografare; Luca invece è tornato a casa tutto esaltato con un drago a matita di Ciruelo che glielo ha disegnato sul momento, mentre io con una piccola stampa di un drago nero (con autografo, eh!).

Dopodiché abbiamo deciso di avviarci verso casa.

Visitare la fiera è stato divertente - d’altronde la ressa era normale che ci fosse - così come vedere le vie piene dei cosplay più disparati (c’era anche uno vestito da puffo, penoso... con la tutina di flanella bianca piena di pelucchi... non l’ho fotografato per principio). Peccato il non aver praticamente trovato nulla dei fumetti e dei manga che cercavo, e di non essere riuscita a scattare tutte le foto che mi ero ripromessa di fare, però nel momento in cui mi son vista portare via, schiacciato tra la folla, il braccio con in mano la macchina fotografica (di Luca, poi!), mi sono spaventata abbastanza per decidere di metterla via senza rischiare un’altra volta di romperla. ^^'

P.S.: Arianna, non disperare, ci sarà anche l’anno prossimo la fiera!

P.P.S.: ieri ho compiuto 26 anni. Tristessssa...

martedì 30 ottobre 2007

"Harry Potter and the Philosopher's Stone" di J. K. Rowling

Dopo un mese di pausa, ieri ho ripreso in mano il primo volume della saga di Harry Potter per finire quelle trenta pagine una volta per tutte.

Considerazioni finali: mi sono divertita un sacco a leggere per la prima volta diligentemente un libro in lingua originale - prima, per impiegarci meno tempo e (soprattutto) sbattimenti con vocabolari inglese-italiano-italiano-inglese, mi “aiutavo” con la traduzione in italiano... emh, emh... - certo, la lettura di un romanzo per ragazzi è molto più spedita e leggera di un tomo di Charles Dickens, ma è comunque una grossa soddisfazione arrivare fino in fondo senza trucchetti di sorta.

Sarà anche per questo che ho trovato il romanzo molto divertente e piacevole, senza notare, rispetto a chi mi diceva di aver letto la traduzione italiana, un calo d’interesse trattandosi pur sempre di un libro per bambini, e non avendo intrecci di trama così complicati e avvincenti come nella letteratura “dei grandi”: troppo impegnata nel traslitterare tutte quelle parole e frasi nel mio cervello, non ho badato molto alle sottigliezze da adulti...

Anche se - e qua si sveglia la rompicoglioni che è in me - ho anch’io delle parti preferite in tutto il romanzo. Praticamente avrei fatto a meno dell’introduzione nella storia della Pietra Filosofale. Come dite? Che è proprio quella, la parte centrale del romanzo? Sì, però, rispetto a tutto il libro, molto grazioso e interessante nella sua semplicità con la presentazione di Harry Potter e della sua vita con i Muggles, poi nel castello di Hogwarts con i nuovi amici, i professori e quant’altro, quello della Pietra Filosofale è un elemento un po’ superfluo, tant’è che quello che scopre Harry sconfiggendo “chi sai chi” se lo poteva scoprire anche senza tutta quella cagnara finale con tanto di partita a scacchi vivente.

O no?

Resta il fatto che è chiaramente un episodio introduttivo che apre molte possibilità di sviluppo per la storia futura. Non a caso la Rowling ha messo la parola fine alla saga solo con il settimo volume [lo so che lo sapete tutti, ma io è la prima volta che leggo Harry Potter!].

Personaggi preferiti: lo sfigatello Ron, che è un po’ come il Tarquin della Sophie Kinsella, e Mrs Norris la gatta.

Bene.

Sono finita anch’io nel vortice di Harry Potter.

7/10

Harry Potter and the Philosopher’s Stone

J. K. Rowling

Bloomsbury Publishing PLC, £ 5.99 [metto il prezzo in sterline, very british…]

giovedì 18 ottobre 2007

Due in uno

Le seguenti recenZioni vagavano nel mio computer dalla fine di gennaio... era ora che mi ricordassi di pubblicarle!

img81/3994/glianniintascaof7.jpg

“Gli anni in tasca” di François Truffaut (1976): trama - gli ultimi mesi di scuola di un gruppo di bambini prima delle agognate vacanze estive.

Ve li immaginate 200 bambini urlanti a formare il cast di un film? Io ho subito pensato a un aneddoto di Hitchcock (raccontato nel libro-intervista di - guarda caso! - Truffaut, “Il cinema secondo Hitchcock”) in cui per uno dei suoi film, di cui mi sfugge il titolo, aveva pensato di utilizzare un considerevole numero di gatti da far scendere contemporaneamente da una scala; ovviamente la scena venne tagliata perché i gatti si facevano letteralmente gli affari loro e saltavano in tutte le direzioni.

Truffaut invece è riuscito a far recitare in maniera assolutamente naturale tutto il cast, mostrando la serenità e la spensieratezza affatto forzata di tutti quei bambini spesso trovatisi per la prima volta a recitare davanti a una macchina da presa.

[Comunque non sto dicendo che i bambini sono paragonabili a dei gatti, eh?]

E’ un piacere quindi seguire un film come questo tra episodi divertenti e altri drammatici, con l’unico comune denominatore il raccontare l’infanzia e come i bambini vedono la vita e gli adulti.

Ritenendosi già grandi, i bambini protagonisti ne combinano di tutti i colori, sempre padroni di sé stessi e in cerca di una posizione nel mondo. Altri invece, comportandosi allo stesso modo, quasi sfacciati, nascondono una situazione famigliare disagiata e violenta.

E’ in quel momento che il film si trasforma in una denuncia proprio verso quegli adulti che i bambini cercano fin dalle prime sequenze del film di emulare. A spiegare ai bambini perché situazioni simili accadano è uno degli insegnanti della scuola, che si fa carico di frasi piuttosto all’avanguardia e che dimostra molta più sensibilità di qualsiasi altro adulto entrato in scena fino a quel momento: “Il mondo è fatto da e per gli adulti. I bambini, purtroppo, non hanno voce in capitolo”.

8/10

img524/4558/luomocheamavaledonnemb3.jpg

“L’uomo che amava le donne” di François Truffaut (1979): tra tutti i film di Truffaut visti questo è quello che inizialmente ho apprezzato di meno.

Forse, anzi, sicuramente perché Bertrand Morane, il protagonista, per tutta la durata del film non fa altro che cercare febbrilmente una nuova conquista femminile, compiaciuto di sé stesso per gli assurdi stratagemmi che attua in maniera mirabolante per arrivare a conoscere ogni nuova prescelta e talmente egocentrico da far schifo.

In un primo momento sono rimasta abbastanza infastidita dalla continua ricerca di donne, unica trama base del film sulla quale poi si inserisce la presentazione e l’analisi dell’uomo protagonista, quasi la donna fosse - non dico carne da macello - ma comunque un oggetto da analizzare meccanicamente, utilizzare e poi abbandonare. Certo, è tutto molto raffinato, come vuole lo stile di Truffaut, ma per una donna spettatrice potrebbe essere troppo!

Alla fine però, dopo le ultime due sequenze che chiudono il film, mi sono ritrovata a cedere il mio giudizio al lato positivo: Bertrand Morane muore, con sempre in testa il mito della “Donna”, e tutte le sue conquiste sfilano schiacciando l’erbetta sotto la quale lui riposa in pace.

Non è forse una celebrazione della figura femminile?

8/10

venerdì 5 ottobre 2007

Finalmente al cinema!

img57/5108/hairspraydl0.jpg

“Hairspray” di Adam Shankman (2007): ometto dal principio il ridicolo sottotitolo della versione italiana - “grasso è bello” - perché non c’entra assolutamente una mazza.

“Hairspray” è la rivincita di tutte le diversità, ritenute tali dalla società, sulla normalità e il rigore comune in salsa musical anni Sessanta.

Si balla, si canta, ci si diverte, si ragione un po’ e alla fine l’integrazione avrà la meglio sulla rigidità impacchettata dell’America del 1962, che potrebbe comunque essere trasposta anche ai giorni nostri.

Non facciamone quindi solo un film sulla “rivincita delle grasse”, perché è riduttivo e sminuisce il tema centrale di tutta la piccola.

Si passa dall’integrazione razziale, al bigottismo religioso tipico dell’epoca, al non essere alla moda, al non rientrare nei canoni di bellezza, all’accettarsi per quello che si è e all’avere qualche chilo in più.

Due ore di pura spensieratezza con coreografie divertenti, ottima colonna sonora e canzoni orecchiabili. Dopo i primi minuti di film non puoi far altro che lasciarti risucchiare dal vortice canterino e seguire le musiche battendo il piedino a tempo felice e contenta.

Il musical farà un po’ il verso a “Greese” - brillantina il primo... lacca il secondo - ma non fa rimpiangere assolutamente le atmosfere del suo predecessore, essendo anche un storia completamente diversa (e diverso anche l’anno d’ambientazione, 1959 e 1962), ma anzi gli tiene testa egregiamente con un cast eccellente di cui segnalo John Travolta (sempre leggiadro e disinvolto!) e l’esuberante protagonista femminile Nikki Blonsky.

8/10

img210/5077/28settimanedopoqb3.jpg

“28 settimane dopo” di Juan Carlos Fresnadillo (2007): questa la situazione al momento della proiezione: martedì sera, h 20:10. Quattro spettatori in tutto, io e il mio moroso compresi. Si spegne la luce. Dopo venti minuti gli altri due astanti si alzano e se ne vanno. E hanno buttato così 7 € a testa. I coglioni.

........................

E’ il seguito di “28 giorni dopo”, visto al cinema nell’estate del 2003. Cambia però il regista, essendo quello originale, Danny Boyle, impegnato in pellicole più importanti sul lato tematico [vedi “Sunshine” uscito recentemente]. Che senso ha quindi appropriarsi di una storia scritta e diretta da altri ed elaborarla a proprio piacimento? Nessuno, infatti.

Fresnadillo riparte da 28 giorni dopo la diffusione del virus che ha contagiato tutto il territorio londinese (come Boyle) presentandoci i protagonisti del suo film per poi lasciarli e riprendere a seguirli 28 settimane dopo.

Se Boyle aveva diretto un film geniale per il suo genere, conducendo il gioco con pochi elementi - non si sa che virus sia, i personaggi vagano in un città deserta e così calma da far venire la tachicardia, gli infetti sono dei mostri assatanati che per vederli morti gli si deve fracassare a mazzate il cranio - Fresnadillo avendo ormai tutto il lavoro spianato, e poco da inventare, basa tutta la pellicola sull’horror e sulla nausea degli spettatori: inseguimenti, attacchi degli infetti, i sani che scappano, scorticamenti, smaciullamenti, morsi, arti tranciati, sangue, sbrodolamenti, vomito, sangue, sangue, sangue, sangue e sangue.

In sostanza c’è poca trama, anche se i primi dieci minuti introduttivi ambientati ventotto giorni dopo sono davvero d’effetto, soprattutto nel momento in cui il lui della situazione decide di salvare sé stesso abbandonando la moglie in balia degli infetti, mentre lei gli urla “Don, aiutaci!!!”. Una sequenza atroce che mi ha ricordato il romanzo “La scelta di Sophie”, ma non stiamo troppo a sottilizzare.

Nel primo film Boyle aveva inserito sì diverse scene truci, ma mantenendo comunque una certa classe nelle riprese, con qualche tecnica d’inquadratura innovativa, e mai scadendo nell’horror ripetitivo con una sequela di attacchi e fughe che dopo un po’ con tutto quel mangiarsi e quel sangue a fiotti ne hai abbastanza per un po’.

“28 settimane dopo” è proprio questo, e a un quarto d’ora dalla fine il regista c’ha pure calcato la mano inutilmente riducendo anche il finale a qualcosa di stomachevole e ridicolmente catastrofico.

Certo, fa paura e in più occasioni mi sono cagata sotto *pardon per la finezza*, ma il film di Boyle non aveva affatto bisogno di un seguito. Se poi così rozzo.

5/10

img210/6443/framebd3.jpg

Un angelo alla mia tavola

Janet Frame

Einaudi tascabili, Einaudi, 11 € [ma la mia copia l’ho acquistata nel 1996... quanto tempo!]

Janet Frame è la più importante scrittrice neozelandese dagli anni ’50 a oggi, eppure in Italia solo nel 1990 con l’uscita del film omonimo diretto da Jane Campion qualcosa ha cominciato a muoversi e a far sì che una parte degli undici romanzi di questa autrice fosse pubblicata. Poi più niente. Tant’è che oggi in catalogo si trovano solo un paio dei suoi titoli.

Troppo poco per un’autrice del suo calibro, che è riuscita in questa autobiografia divisa in tre volumi (che l’Einaudi ha racchiuso in un unico tomo) a descrivere sé stessa, a raccontarsi con così tanto acume e delicatezza allo stesso tempo; un processo, quello autobiografico-psicologico, non facilissimo se si pensa che Janet Frame ha vissuto dai 21 ai 29 anni d’età [1945-1953] rinchiusa in un manicomio, ha perso così gran parte della giovinezza a causa di medici ottusi che avevano scambiato la sua enorme sensibilità e timidezza in schizofrenia.

Sottoposta a qualcosa come duecento elettroshock e scampata per un caso fortuito alla lobotomia (durante la degenza in ospedale Janet viene insignita di un premio letterario, grazie a un libro che aveva precedentemente pubblicato), si libera di quel periodo oscuro della sua vita e riprende un’esistenza normale.

Il tutto raccontato in questi tre romanzi, dall’infanzia con le tre sorelle e il fratello, il padre e la madre che fanno i salti mortali per permettere a lei e alle ultime due sorelle di studiare e forse diventare insegnanti, passando sempre a scuola come in famiglia per una bambina “diversa”, solitaria, troppo timida e sognatrice sui libri che le permettono di viaggiare con la mente; per proseguire agli anni giovanili e al periodo passato in manicomio, otto anni però che la Frame cerca di spiegare - forse inconsciamente - come tutto sommato voluti, resasi conto che non poteva fare altrimenti:

“[...] mi trovai ad assumere la parte a cui più ero abituata, quella della persona passiva la cui vita viene pianificata per lei mentre lei, per paura di essere punita o di suscitare reazioni, non osa rifiutare.” [pag. 470]

E infine la maturità vera e propria raggiunta a trent’anni e descritta nell’ultima parte, in cui Janet decide di lasciare la Nuova Zelanda e di partire per l’Europa con l’intento di raccogliere materiale per un nuovo libro, ma con il segreto desiderio di trovare finalmente un posto tutto suo nel mondo e di diventare qualcuno in maniera dignitosa.

Combattuta però continuamente tra il vivere e il “farsi” vivere dagli altri, si troverà a prendere dolorose decisioni in completa solitudine e a scavalcarne altre con forse troppa leggerezza - come scappare (!!) da un uomo italiano conosciuto in Spagna dopo aver accettato passivamente la sua proposta di matrimonio - ma ad ogni modo la Frame riesce orgogliosamente alla fine dell’autobiografia a sottolineare di essere finalmente una Persona.

Un libro di non facile lettura, molto complesso anche per l’enorme quantità di citazioni e rimandi letterari che la Frame fa suoi per spiegare la sua vita. Un libro comunque incantevole, soprattutto per la prima parte che ripercorre l’infanzia tra gli anni Venti e Trenta, e toccante, forte per un’esistenza così incredibile.

Janet Frame è morta di leucemia nel gennaio del 2004...

[Questo libro fa parte de "La sfida dei libri non letti". Clicca.]